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Da martire a carnefice, la figura della donna nell’ultima decade horror.

In DropOut on 18 gennaio 2014 at 13:16
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MARAT/SADE (1967)

In Senza categoria on 28 agosto 2011 at 09:31

Marat-Sade – Peter Brook (U.K. – 1967 – 110′ col)

con: Patrick Magee, Ian Richardson, Michael Williams, Clifford Rose. 

Cinema e Follia: dai confini di Lang all’isola di Scorsese.

In DropOut on 18 agosto 2011 at 17:49

Il cinema non è solo narrativa, ma un’estensione empatico-comunicativa. È un miracolo che permette ad un visionario di far vedere anche agli altri.

Una delle fortune del cinema è stata sicuramente quella che di pari passo al suo progresso si è sviluppato anche un nuovo modo di approcciarsi alla mente umana, attraverso i primi studi di psicoanalisi e definizione dell’inconscio. Un percorso iniziato durante l’Illuminismo e proseguito, tra luci ed ombre, per oltre un secolo. Lo stesso secolo al quale i fratelli Lumiere avevano dato un’altra luce.

Non è così difficile allora comprendere perché mente e cinema spesso si siano uniti oscillando tra lavori di chiaro spunto psicanalitico, biografico, e gesti liberatori della comunicazione visionaria, passando spesso per quella che è la zona morta di entrambe: la follia. Su questo tema, i risultati sono stati davvero diversi e numerosi.

Uno dei primi film che risolve tutto come folle parto di una mente umana chiusa in un manicomio è sicuramente Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, con il suggerimento del regista Fritz Lang che fece aggiungere una cornice “reale” [i] ad una storia che nelle figure del sonnambulo e dell’imbonitore aveva già un suo forte carattere (gli studi sull’ipnosi di Freud). In realtà la cornice di Lang ebbe l’effetto contrario di contenere quello che davvero era un parto folle: l’Espressionismo e le “fantastiche” strutture scenografiche realizzate dal gruppo della rivista Der Sturm. Riducendo la storia del sonnambulo ad un elaborato allucinatorio, Lang involontariamente confinò per molto tempo l’architettura scenografica (proiezione delle strutture della mente) alla riproduzione fedele del reale nel cinema. Chiudendo il delirio, arginandolo, egli creò i limiti della narrazione: risvegliandosi in un manicomio, il protagonista si riconosce al centro del delirio, e la struttura manicomiale diventa il nuovo epicentro di una narrativa cinematografica che tardi riuscirà davvero ad evadere da questo incontro tra ragione e visione.

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