Living Cinema

Quella volta in cui Battiston e Fresi avrebbero potuto portarci sulla luna.

In Nicheldome on 11 febbraio 2021 at 10:47

Ho sempre desiderato vedere Giuseppe Battison e Stefano Fresi assieme, e finalmente è successo con Il grande passo (2019), opera seconda di Antonio Padovan, che li propone come due fratelli nati da due madri diverse, Mario e Dario, il primo che vive a Roma e lavora in una ferramenta con la madre, ed il secondo che vive isolato nella campagna veneta, e che tutti chiamano Luna storta, perché non ci sta tanto con la testa, ma anche perché non fa altroché parlare della luna.

In realtà Dario non ne parla soltanto, perchè intanto un razzo per andarci sulla luna l’ha costruito veramente nel garage della sua masseria, solo che al primo tentativo fallimentare brucia il campo del vicino e rischia di essere rinchiuso in manicomio. E’ per questo che viene chiamato Mario, l’unico che può prendersi cura di lui, e che lo raggiunge nella sua fattoria laboratorio.

E’ l’occasione, il pretesto, per trascorre del tempo assieme, superando i limiti di una fratellanza mai condivisa, e ritrovarsi assieme ad affrontare un passato poco chiaro: un padre (Flavio Bucci) bugiardo, egoista e pieno di debiti, ma che in fondo gli ha lasciato almeno la voglia di sognare.

Da Il grande passo mi aspettavo una commedia esplosiva, con due degli attori più interessanti del momento nel genere, così simili fisicamente ma anche così diversi nella loro tecnica, che avrebbe dovuto far esplodere il film ad ogni scena, mentre alla fine l’unica cosa che esplode è il razzo nel prologo. Questo accade perché proprio quando entra effettivamente nel racconto il personaggio di Dario, un ragazzone che vive isolato e che parla poco, il film si sbilancia malinconicamente sulla tragedia dell’incompreso, sul sogno mancato, l’abbandono e la menzogna, senza riuscire mai a riprendere veramente in mano il racconto dei fratelli, se non nel finale, che nonostante tutto lascia una sapore amaro e anche poco felliniano.

Un film che forse dà poco spazi al contorno (la storia della vicina che vuole piantare asparagi nasce e muore in una sequenza, così come l’ambiente del bar sembra fine a se stesso senza incidere sui personaggi) e che molto probabilmente è rimasto fedele alla carta, lasciando poca libertà ai due attori. Il risultato è un insieme di sequenze filmate quasi sempre con lenti molto larghe e deformanti (giustificabili per il personaggio del matto, ma forse eccessive in gran parte del film) illuminate da una fotografia un po’ scontata (firmata da Duccio Cimatti che invece mi era piaciuto tantissimo nel più sincero La guerra dei cafoni (2017) di Davide Barletti e Lorenzo Conte).

Il grande passo è l’opera seconda di Padovan, che aveva esordito con Finché c’è prosecco c’è speranza (2017) sempre con Battiston come protagonista. Mi sono mandato se questo non abbia influito sullo sbilanciamento del racconto, o se si tratti invece dello stile dal regista, perché nelle intenzioni della commedia e nel risultato finale, i due film mostrano lo stesso carattere. Aspettiamo il prossimo film di Padovan per capire se è sogno o una follia.

buona visione.

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