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Benigni/Troisi e il gusto della sfida.

In Nicheldome on 15 novembre 2018 at 13:22

Mi è capitato di rivedere Non ci resta che piangere (1984) di e con Roberto Benigni e Massimo Troisi, e pensavo ad un paio di cose. Innanzitutto che è un grande prodotto macina soldi per l’epoca, perché mette insieme due attori e due registi, e due comicità soprattutto, napoletana e toscana, che in qualche modo stridono una accanto all’altra ma che alla fine si superano in un film che poi è diventato un vero e proprio cult. 

Questa prima riflessione, con una coppia di grandi interpreti e a loro volta registi dei loro film (e spesso anche autori delle sceneggiature) mi portava a pensare che non è in questo momento plausibile un film del genere perché da un lato non abbiamo due comici di questo livello (Benigni è in vita ma è completamente sgonfiato) e anche perchè un po’ l’ego dei nostri tempi non permetterebbe un confronto del genere.

Heat – La sfida (1995)

Questo pensiero mi ha portato a Heat – La sfida (1995) di Michael Mann, dove la scena di Robert De Niro con Al Pacino al tavolo ci mostra i due attori insieme solo in un campo a 2 (mentre i rispettivi primi piani sono state usate delle comparse). Forse davvero un po’ poco, anche perché il film è pazzesco.

Fight Club (1999)

Come probabilmente l’ego di entrambi gli attori (o dei loro manager). E quali altri coppie esplosive come queste ci sono state recentemente? Edward Norton e Brad Pitt in Fight club (1999) di David Fincher direbbe subito qualcuno, ma erano ancora relativamente giovani, mentre qui parliamo di veri e propri mostri sacri che tengono un film intero sulle spalle.  

Tornando Non ci resta che piangere, un’ultima riflessione l’ho fatta sulla scena della lettera a Savonarola, che non è il momento più divertente del film (perché vive del mito della lettera di Totò e Peppino, e basta questo mito perché ci si predisponga bene) ma è il momento in cui i Troisi e Benigni stanno più vicini e dove a mio avviso si mostra tutta la superiorità del comico napoletano, che si avvale di una tecnica sempre elegante (come la battuta sempre in coda alla frase e fuori tempo, quasi impercettibile per come viene pronunziata) di fronte all’esuberanza dei toni di un più insicuro Benigni. 

Il film quando lo vidi per la prima volta non mi convinse, e mi annoiò. Da quel giorno però lo avrò rivisto decine di volte e sempre volentieri. Credo che la sua magia sia nell’assurdità del pretesto narrativo (la coppia che viene catapultata in un’altra epoca) e l’approccio dei due protagonisti che liberi di interpretare il loro ruolo con il carattere che li ha fatti amare dal pubblico italiano, aggiunge un elemento di estraneità a questa condizione surreale di partenza, tanto da rendere alla fine tutto più plausibile (compreso il finale a barzelletta con Da Vinci che guida una locomotiva). 

Un ottimo esercizio di stile tra due grandi attori, ma meglio di un ottimo film.

buona visione. 

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