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1950 // 1959 – ITALIA

In Il Tempo Ritrovato on 29 ottobre 2018 at 20:22

MV5BMTk0ZjgwOTEtYjY1MC00NGQ1LWI2YjAtYmM1MWNlMGZkM2NmXkEyXkFqcGdeQXVyMTIyNzY1NzM@._V1_SY1000_CR0,0,711,1000_AL_In apertura di decennio esordisce con il lungometraggio il regista Michelangelo Antonioni che dirige Cronaca di un amore (1950), ma la prima parte del decennio è comunque ancora segnata dalla lunga ondata del neorealismo: con le dovute varianti come il dramma fantastico Miracolo a Milano (1950) e il film Umberto D. (1952), entrambi diretti da Vittorio De Sica (con la ormai consolidata partecipazione di Cesare Zavattini e Suso Cecchi D’Amico alla sceneggiatura) sono il miglior esempio di questo decennio, da un lato fantastico e dall’altro estremamente reale. Bellissima (1951) di Luchino Visconti con la strepitosa Anna Magnani è il primo tentativo da parte del regista di voler superare il neorealismo.

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Totò a colori (1952)

Anche se il sistema di colorizzazione era stato già sviluppato circa vent’anni prima, in Italia il primo film policromatico è il comico Totò a colori (1952) di Steno. Personaggio perlopiù ambiguo, è proprio l’attore Totò (Antonio De Curtis), durante gli anni Cinquanta, a partecipare alla maggior parte delle commedie di semplice potenziale intellettuale ma dirette a volte da grandi autori: Dov’è la libertà? (1952) di Roberto Rossellini ne è un caso emblematico.

 

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Mario Scelba

La serie Don Camillo inaugurata nel 1952 dalla regia di Julien Duvivier ed interpretata dal duo Fernandel \ Gino Cervi, caratterizza il genere della commedia con elementi politici e sociali (cattolicesimo e comunismo) una volta quasi estranei al cinema di questo paese. Intanto nel 1952 la legge Scelba vieta la rifondazione o la costituzione ex novo di partiti fascisti o neofascisti, nello stesso anno in cui il regista riminese Federico Fellini inizia la sua carriera al fianco di un altro grande interprete della commedia italiana, l’attore romano Alberto Sordi.

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I vitelloni (1953)

Entrambi raggiungono un discreto successo di pubblico con due commedie amare quali Lo sceicco bianco (1952) e soprattutto I vitelloni (1953). A partire dal 1953 però, il neorealismo si trova inevitabilmente a perdere di interesse, la situazione politica cambia e il cinema italiano sceglie così la via della commedia italiana. 

 

 

 

Amore_in_cittaAd onor del vero alla crisi del neorealismo corrisponde però anche una più ampia proliferazione di generi che avrà maggiore fortuna soprattutto nel decennio successivo. Una caratteristica di tutto questo periodo rimarrà comunque una forte adesione alla realtà, attraverso sia la rottura verso gli schemi stilistici classici, sia (soprattutto) l’uso di attori spesso non professionisti. Cesare Zavattini chiama a raccolta diverse firme per realizzare il film-inchiesta Amore in città (1953), vero e proprio esempio di cinema verità realizzato da un collettivo di registi, tra i quali LizzaniAntonioni, Risi, Fellini, Maselli e Lattuada.

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La spiaggia (1954)

Nello stesso anno esce in sala Processo alla città diretto da Luigi Zampa e considerato il primo film giudiziario italiano, ma anche La spiaggia di Alberto Lattuada, un film decisivo per la storia dei costumi di questo paese, e Cowboy story (1953) di Peppo Sacchi, considerato il primo vero western italiano [1]. Senso (1954) di Luchino Visconti, a detta di molti, segna il passaggio definitivo dal neorealismo al realismo italiano, mentre il film La strada(1954) ancora una volta di Federico Fellini, fa un percorso opposto: come sostenuto dallo scrittore Marcel Proust, lo stile è qualcosa che ha a che fare non con la tecnica ma con la visione [2].

E’ questo un periodo florido per l’industria cinematografica italiana, considerando un aumento esponenziale sia di spettatori che di sale cinematografiche: nel 1955 si contano infatti quasi 16.000 sale di proiezioni, comprese quelle parrocchiali. Nello stesso anno viene presentato il secondo Manifesto del Cinema Italiano, forte programma d’accusa sul condizionamento dello Stato sulla produzione cinematografica in questo paese. Le firme sono le stesse che sottoscrissero quello del 22 febbraio del 1948.

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Il bigamo (1958)

Nel 1956 l’Italia entra a far parte dell’ONU. Verso la fine degli anni Cinquanta due pellicole introducono una caratteristica che presto esploderà nella commedia di genere: i comportamenti sessuali dell’italiano medio quasi sempre in bilico sulla forte morale clericale: Lo scapolo (1956) di Antonio Pietrangeli e Il bigamo (1958) di Luciano Emmer (e con Marcello Mastroianni) fanno da apripista.

 

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Le fatiche di Ercole (1957)

A riprendere il mito e la storia ci pensa il film Le fatiche di Ercole (1957) di Pietro Francisci, che inaugura il ritorno del genere peplum, anche se privo di quegli elementi (e costi) colossali che avevano caratterizzato la sua origine.

 

Il primo film horror italiano invece è realizzato dal regista Riccardo Freda, I vampiri (1957), un flop commerciale che però apre la strada al genere e soprattutto permette al futuro regista Mario Bava, in questa pellicola direttore della fotografia, di cimentarsi per la prima volta con un genere nuovo del quale diventerà uno dei maestri. Sempre nel 1957 esordisce dietro la macchina da presa il regista Francesco Rosi che dirige La sfida (1957), diventando presto uno dei maggiori registi di film inchiesta.

 

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Lina Merlin

Rimanendo in tema d’esordi, nel film Sigfrido (1958) di Giacomo Gentilomo, fa il suo primo trucco importante un futuro maestro degli effetti speciali, Carlo Rambaldi. Il 20 settembre 1958 entra in vigore la legge Merlin che abolisce le case di tolleranza incidendo sui costumi erotico\sessuali degli italiani.

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Europa di notte (1959)

Il risultato è il proliferarsi di film sexy, tra i quali Europa di notte (1959) di Alessandro Blasetti.

In generale, la stantia condizione provocata dalla Democrazia Cristiana al governo provoca anche un abbassamento dell’ispirazione autoriale che solo alla fine del decennio, con importanti svolte a sinistra del governo, assorbe nuova linfa artistica proprio dalle controculture.

la_grande_guerra_locandina_104bf5L’ultimo anno di questo decennio vede anche la realizzazione di due importanti opere che guardano alla guerra a distanza d’anni e senza manierismi: Il generale Della Rovere (1959) di Roberto Rossellni e La grande guerra (1959) di Mario Monicelli.

Nello stesso anno il regista Michelangelo Antonioni realizza la prima opera di una trilogia dedicata all’incomunicabilità, uno dei temi a lui più cari, caratterizzata soprattutto dalla voglia di rottura con il neorealismo, L’avventura (1959) con l’attrice Monica Vitti. Esce nelle sale lo stesso anno il film debutto di un altro futuro importante autore italiano come Ermanno Olmi con Il tempo si è fermato (1959).

 

[1]Paolo Spagnuolo. Milano odia. La polizia non può sparare. Milieu. Pg. 68

[2]E. Murray Jr. 10 film classics. A Re-Viewing. Ungar Film. Pg. 64

  1. […] che non è il momento più divertente del film (perché vive del mito della lettera di Totò e Peppino, e basta questo mito perché ci si predisponga bene) ma è il momento in cui i Troisi e […]

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  2. […] prima parte degli Anni 50 è la commedia, trainata da uno dei suoi migliori interpreti, l’attore Fernandel. Nello stesso anno, mentre prende vita la rivista di critica cinematografica Les Cahiers du […]

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