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Italy in a day (2014) – Un giorno su internet

In Nicheldome on 17 novembre 2014 at 11:42

lifeinaday-530x315-aL’idea parte da lontano, dal regista e produttore americano Ridley Scott, e si inserisce in un dibattito ancora aperto circa la fruizione dell’immagine e soprattutto del cinema, nell’era di internet. L’idea è quella di far girare al pubblico un momento della propria vita, in un giorno esatto dell’anno, e vedere che film documentario ne viene fuori: Life in a day (2011). A realizzare questa idea in Italia è stato Gabriele Salvatores che raccogliendo i filmati registrati dagli italiani, in qualsiasi formato digitale, ha potuto realizzare Italy in a day (2014).

Trattandosi di un film di montaggio non ha dunque una vera e propria drammaturgia se non quella legata alla semplice scansione della giornata tipica dell’italiano da esportazione (la famiglia, il matrimonio, la nascita, il cibo, il paesaggio, la pasta, ecc..) e non avendo un soggetto immediatamente leggibile, mostra la maggior parte del suo fascino nella sua tecnica, piuttosto che in quella narrativa.

Человек с киноаппаратом (1929)

Человек с киноаппаратом (1929)

1) E’ un film di regia al montaggio, ma per sua natura molto differente da alcuni precedenti ormai classici, perché non vi è alcuna intenzione da parte del regista di scegliere dove mettere la macchina da presa in fase di produzione (come ne L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov), e perché  non ha la forza autoriale nel far prendere coscienza al pubblico di qualcosa di nuovo che fino a quel momento era impalpabile (come per Grizzly man (2005) di Werner Herzog).

The act of killing (2011)

The act of killing (2011)

Nel suo meccanismo di svelamento della verità attraverso l’oggettività  dell’obiettivo della macchina da presa (ancora Herzog), Italy in a day non raggiunge nemmeno lo stesso traguardo raggiunto invece da un film come Redacted (2008) di Brian De Palma (non propriamente un documentario), senza parlare di The act of killing (2011) di Joshua Oppenheimer che su questo tema (uso del mezzo cinema per raggiungere la verità) è in questo momento un lavoro irraggiungibile. Nella sua grandezza invece (le riprese degli italiani arrivano da tutto il mondo) il film di Salvatores mostra difatti due limiti: non avere alcun obiettivo di massa (come nel caso del montaggio classico sovietico) come nessuna capacità di mostrare/raccontare “altro” rispetto alle immagini. Tutto sommato il film ha dei passaggi emozionanti, almeno quanti alcuni molto banali e retorici. Questo perché è un film di utenti, e il pubblico è spesso banale.

Il grande capo (2006)

Il grande capo (2006)

E’ sicuramente vero che tutto il girato è stato prodotto dal pubblico, ma è anche vero che il film si è affidato ad una serie di parametri costanti (alla base dei girati ci sono domande da sviluppare) con una sola variabile, quella appunto della macchina da presa, del caos dell’inquadratura lasciata al libero arbitrio. In questa ottica di sperimentazione narrativo/linguistica, Italy in a day sembra teoricamente molto più vicino a Il grande capo (2006) di Lars Von Trier (che girò il film affidandosi ai calcoli di render della macchina, in automavision, con evidenti risultati poi sul fotogramma) di quanto non lo voglia sembrare.

E’ la macchina digitale nei suoi diversi formati e usi infatti che costituisce la maggior parte dell’originalità visiva di questo film, che mostra una vitalità mai raggiunta fino ad ora, sulla quale il regista demiurgo ha poco controllo in fase di scrittura per immagini, e praticamente solo al montaggio.

227622) Non è ancora un film fatto veramente dal pubblico, dunque, perché soffre della mancanza di un ultimo passaggio necessario, quello arbitrario, la libera scelta della visione: di fronte ad un mare di immagini (2.200 ore di girato) il vero regista non può essere uno per tutti, non può essere Gabriele Salvatores, non può essere uno solo. L’utente, il pubblico/regista della generazione digitale (internet, webcam, actioncam, video blogger, ecc…) colui che per esempio se una cosa non gli piace o lo annoia, la salta, e se una cosa gli piace la vede anche due volte o la rallenta, non ha alcuna capacità di selezione del materiale di Italy in a day e quindi, così come si emoziona per una scena/frammento nella quale si riconosce, rischia di non immedesimarsi nella maggior parte delle altre.

interview-project1In questo rapporto molto diretto che esiste ormai tra pubblico e immagine infatti, l’unico modo perché Italy in a day possa essere definito un film fatto dal pubblico, è che il pubblico stesso ne abbia una sua personale visione, scegliendo cosa vedere (montaggio) in una sequenza del tutto personale (sceneggiatura) che comunque fa parte di un fenomeno collettivo (immagine condivisa = cinema). In questo senso è molto più vicino a questo obiettivo il progetto Interview Project del regista David Lynch, di quanto non lo sia l’idea originale di Ridley Scott.

3) Essendo però la vita banale ed affidata a poche variabili, a conti fatti Italy in a day a volte sembra più come il riassunto del diario di Facebook il 31 dicembre che un film di massa, solo che è il diario di un altro assieme a quello di un altro ancora. Perché succede questo? 

MacerataPerché il pubblico che ha realizzato la maggior parte delle riprese non è un pubblico cresciuto attraverso il cinema, ma è figlio dell’immagine digitale condivisa, del selfie, del video blog, di quella inquadratura sempre commentata nonostante mostri qualcosa già di per sé, di quella necessità di dire la propria a tutti i costi, anche se è la stessa cosa inutile che stanno dicendo tanti altri in quel momento, ecco perché Italy in a day non scava e rimane sempre in superficie, come su una bacheca appunto.

iid4) E’ un film coraggioso, nonostante tutto, perché sebbene incompleto nel raggiungimento più alto del suo primo obiettivo, approda però ad un risultato evidente: Italy in a day è il racconto spesso triste e malinconico di una nazione che non sa più ridere, che si piange addosso, che si aggrappa alla volontà sola di andare avanti, tipica della vecchiaia e della sopravvivenza. E’ un film che ci mostra come popolo triste e spesso condannato di fronte agli eventi, poco vitale oggettivamente, incapace di capire veramente cosa ci stia succedendo, persi nelle elucubrazioni dei selfie (quanti commenti in camera in questo film!) in un parlarsi addosso continuo che non ha la quiete di porre lo sguardo oltre. E’ un momento di bassa febbre per l’Italia, con meno colore del previsto e troppe chiacchiere, gente che esce poco di casa e che in sostanza parla da sola davanti alla propria macchina da presa.

5) E’ questo l’effetto della democrazia del digitale e di internet, è ed ormai a life everyday.

buona visione.

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