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Nymphomaniac vol. 1 (2014)

In Nicheldome on 26 marzo 2014 at 15:36

Nymphomaniac_Volumen_1-476043502-largeDel perché Nymphomaniac abbia avuto non una larghissima distribuzione, e del perché in Italia non sia ancora possibile vederlo, se ne è già discusso e scritto abbastanza.

Di che cosa sia Nymphomaniac invece è difficile dirlo, principalmente perché è il Volume 1 e perché il film termina troncato nel pieno del racconto nemmeno fosse andata via la corrente in città.

Una cosa è però sicura: Nymphomaniac Vol. 1 è il primo documentario di Lars Von Trier.

Di come poi il regista danese abbia realizzato l’impianto della narrazione di questo documentario è qualcosa che forse se ne parlerà per qualche anno. Non è un caso infatti che in un momento di forte trend della scena documentaristica cinematografica Lar von Trier abbia deciso di mettersi come sempre in provocante competizione, mischiando le regole del gioco, approdando ad un progetto che ha il sapore e l’indiscutibile gusto del film di finzione, rigidamente costruito però attraverso la scrittura documentaristica classica: progressione cronologica, divisione in capitoli, meccanismo della domanda e risposta, uso della grafica in maniera esplicativa, voice over.

Stacy Martin

Stacy Martin

Arriva solo alla fine (proprio perché non si conclude) la riflessione sull’oggetto del racconto: la ninfomania. Cosa questa sia (per il Lars von Trier) non ci è dato capirlo, almeno per ora, se non intuirlo attraverso Stacy Martin, creatura affascinante la cui luce è capace invece di emanare solo ombre. E’ un gioco di lucidità e perfezione, come sempre, mossa da una ancestrale angoscia (c’è il timore che von Trier alla fine giustifichi tutto con un trauma, ma non possiamo ancora dirlo) con la quale non si può non convivere: fascino del mistero.

Ci poniamo domande alle quali ci sforziamo di dare risposte, senza capire il senso della domanda in sé.

 

 

Nymphomaniac_Part_I-404377727-largeTutto perfetto fino ad ora dunque, finché giochiamo a farci domande e percorrere gradualmente la lunga strada delle risposte ragionate, tutto un gioco finché mostriamo scene di sesso forse con meno coraggio di quanto se ne sia parlato, tutto un gioco quando dividiamo il film in due volumi e facciamo entrare in scena Uma Thurman in una delle sequenze più divertenti del film, tutto un gioco finché ad un certo punto Joe e Jerome si incontrano in quella che è una evidente forzatura della scrittura piuttosto che del destino, tutto un gioco quando sentiamo i Rammstein e Steppenwolf, tutto un gioco come scoparsi il maggior numero di uomini possibile per vincere un sacchetto di cioccolatini, tutto un gioco che gira attorno al piacere stesso di giocare, e farsi male. Perchè il limite sul quale ancora una volta il regista danese si muove, è il raro bilico tra il gioco (il cinema) e il prendere tutto questo sul serio.

Una cosa è sicura, tutto deve ancora essere detto.

buona visione.

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