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Historia del miedo (2014)

In Nicheldome on 11 febbraio 2014 at 13:10

Historia-del-miedoFrammenti di ansia argentina al 64° festival del cinema di Berlino. E’ questo il tema principale del film in concorso del regista Benjamin Naishtat, Historia del miedo, brani di vita quotidiana nell’Argentina ai tempi della crisi, un’istantanea a macchie surreali sul crollo delle sicurezze di un paese che reagisce con la cura e la difesa della proprietà privata e lo stato di angoscia perenne. Un ascensore fermo, un allarme che suona, un’apnea dalla quale nessuno riesce a uscirne. In quella che è ancora una forte caratteristica narrativa di questo lato del mondo, la divisione di classe in forma anche geografica cioè all’interno del nucleo metropolitano, totem del progresso, sacche di ricchezza e povertà in larga scala non hanno più nulla da festeggiare se non che da difendere (il precedente La zona (2007) del messicano Rodrigo Plà), silenziose e stanche resistenze umane di fronte all’invadente crollo del mito economico. Un elicottero che guarda dall’alto una vasta zona ricoperta di immondizia che brucia. 

historia-del-miedo-history-of-fearC’è una famiglia povera, silenziosa, in un distaccato rapporto con la realtà, ed una famiglia ricca, in posizione di difesa della propria realtà. Due famiglie a contatto ma che non si toccano. Qualcuno nell’ombra, o l’ombra di qualcuno, pronto a spargere quell’immondizia. Un puzzle irrisolto di un’ansia che circonda entrambe queste due famiglie, un fuoco che brucia da qualche parte, troppo vicino perché si possa vedere meglio.

Jonathan Da Rosa

Jonathan Da Rosa

Il regista Benjamin Naishtat aggiunge un tocco leggero ad Haneke, Larrain e Lanthimos nel racconto di quella che è un’ansia privata che dall’inizio del secolo è diventata ormai sistemica. Cast taciturno, fotografia in linea con il racconto, regia “un passo indietro” come recita la scheda del Berlinale Journal, scorre liscio senza mai davvero incidere.

La scena del ragazzo in fila, all’inizio del film, è indicativa di tutto il lavoro di Naishtat, almeno quanto la domanda “che faccia ha la gente?”, sebbene la prima abbia il potere poetico dell’immagine, la seconda qualcosa che è in bilico invece tra il dovuto ed il banale. Manca sicuramente qualcosa in questa opera argentina che ha il merito però di portare ad una sintesi (narrativa e figurativa) un tema che oggettivamente si è già affrontato, e che forse oggi arriva tardi.

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