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My joy: miseria e potere.

In DropOut on 17 Mag 2013 at 11:19

film_8053_original_1Non è mai facile vivere una terra di confine, e sopravvivere. Ucraina: un corpo morto viene buttato tra le fondamenta di una costruzione qualsiasi, e ricoperto con una gettata di cemento. E’ l’inizio immediato e sconvolgente di My joy (2010) un film di Sergey Loznitsa che probabilmente mai vedremo nelle sale italiane.

Natura documentarista (il girato è tutto camera a mano) narrativa all’apparenza frammentata in episodi, My joy è uno spaccato complesso e crudele su quella che è la situazione al confine tra Russia e Ucraina, due paesi all’apparenza divisi politicamente, ma che una cosa sola unisce in questo momento: la miseria.

una-scena-del-film-russo-schastye-moe-you-my-joy-162431E’ questo il primo elemento dal quale partire per leggere l’intero viaggio che il film di Sergey Loznitsa ti obbliga a fare, una guerra tra poveri dove crudeltà, violenza e abuso di potere sono all’ordine del giorno, come una infezione maligna che non si può più curare e con la quale un intero popolo si è abituato a convivere.

zm58NHIsY2kSYF06UbWmxSS2hc1Il secondo elemento, ingombrante quanto il primo, è la critica al potere, ancora saldamente nelle mani delle autorità militari (con tanto di flashback durante la seconda guerra mondiale) che fagocita tutto senza un briciolo di senso di colpa, con la freddezza e arroganza di chi è stato messo al mondo solo per abusare, togliere, privare gli altri, per il “proprio” piacere.

MwB7iE’ dunque dall’unione di questi due elementi che si spiega allora la scelta di un titolo così contraddittorio, e che all’inizio può sembrare un banale gioco a contrasto, e che solo alla fine della proiezione diventa una domanda specifica: come si può provare piacere a vivere in questa maniera? La risposta è più complessa della domanda, ed ha radici profonde nel possesso delle cose e delle persone, e nel privare agli altri di questo piacere.

my-joy-2010In questo senso Schasye moe (questo il titolo originale) diventa un assioma: il potere è solo nelle mani di chi ha potere, ed è una semplice alchimia di abuso e privazione. Esistono due modi di fermare tutto questo: reagire, o morire in silenzio.

photo-My-Joy-Schastye-Moe-2009-3Personaggi principali di questo triste affresco dei tempi sono un giovane camionista ed un più consumato e silenzioso venditore al mercato, entrambi legati dalla figura anziana di un reduce di guerra, tutti vittime di una spirale che ha il sapore amaro dell’odio, la temperatura fredda dello zinco delle casse da morto.

My-Joy-gall3Impossibile sarebbe svelare l’articolato sistema narrativo che riesce a tenere assieme tutte le singole storie, con un sorprendente meccanismo di scrittura (sceneggiatura dello stesso Loznitsa) che quando rimette insieme i punti ha da un lato un inquietante effetto rassicurante sullo spettatore, ma dall’altro non può che togliere il fiato di fronte alla mancanza di qualsiasi speranza (il cammino verso il buio del venditore).

my-joy1Racconta il regista in una recente intervista di come tutto quello che ha scelto di mostrarci sia ispirato a fatti veri, che egli stesso ha visto o si è fatto raccontare durante ripetuti passaggi tra i due paesi, e di come frenato da una deontologia tipica dei documentaristi puri, abbia ceduto alla fiction pur di riuscire raccontare uno spaccato che altrimenti non si sarebbe potuto fare.

Schastye moe (Loznitsa) (1)My joy è un film che non si compiace, ma che ha anzi il sapore autentico di una necessità narrativa, l’impressione di un tempo specifico, la fotografia di un popolo intero musicato da corde profonde e oscure come un triste lamento funebre (titoli di coda la meravigliosa canzone Yagoda di Leonid Fedorov).

  1. […] di tornare in Ungheria ai tempi di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) di Cristian Mongiu e My Joy (2010) di Sergey Loznitsa, perché rimaniamo in Ucraina e quello che ci mostra anche il regista Miroslav Slaboshpitsky è […]

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