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Too much future!

In DropOut on 3 Mag 2013 at 20:41

th-1Due documentari molto interessanti, entrambi sulla musica, entrambi non troppo ordinari per soggetto e realizzazione, entrambi legati ad un genere scarno e nichilista come il punk o la no wave: due movimenti musicali che in Europa e negli Stati Uniti sono stati espressione di un malessere prima di tutto, e di una rivolta poi.

Messi a confronto entrambi i documentari pongono una serie riflessione su movimenti destinati entrambi a non avere futuro, ed a essere strettamente legati ad una scena, ad una contingenza, troppo spesso così forte da porre i protagonisti nella condizione di lasciar perdere, o lasciarci le penne. Punk politico della Germania dell’Est e Art-Punk dell’America Post Rock: una generazione intera pronta a rompere con la tradizione o la realtà.

OstPunk! Too much future (2006)

OstPunk! Too much future (2006)

OstPunk! Too much future (2006) di Michael BoehlkeCarsten Fiebeler è una immersione rara in quella che è stata la scena punk della Germania dell’Est, caratterizzata a differenza dalle altre scene da un forte senso politico, soprattutto nei testi. Da Berlino oltre il muro a Leipzig, i protagonisti principali di quel movimento si raccontano mostrando quello che ora sono (un politico comunale, una pittrice, un operaio edile con due BMW) e quello che prima erano. Di mezzo il carcere, la musica, le persecuzioni politiche della Stasi, il senso di libertà e l’appartenenza ad una cultura contro, e soprattutto quel bisogno di sentirsi unici, in pieno spirito con l’individualismo tedesco, in fondo estremamente kantiano.

_img_4719_201191721425Cornelia Schleime, Colonel, Daniel Kaiser, Mita Schamal sono ora cittadini integrati di una Germania unificata, personaggi che dall’altro lato del muro si ribellavano a suon di chitarre distorte e testi urlati contro un regime che forse ora li ha assorbiti, in forma diversa. Alcuni dei gruppi della scena: Schleim-Keim (Erfurt), Paranoia (Dresda), L’Attentat (Lipsia), Namenlos, Planlos e Rosa Extra (Berlino Est). Ben montato, ha uno stile molto ricercato nelle immagini contemporanee (girato tra il 2005 e il 2006) ed un uso del materiale di repertorio mai voyeuristico. Completo.

Kill your idols (2004)

Kill your idols (2004)

Kill your idols (2004) di Scott Crary è un documentario di un altro continente, un altra parte del mondo, quasi un eco, con un’altra storia alle spalle. Parliamo sempre di rivolta, ma questa volta contro la musica stessa. Parliamo di Art-Punk e/o No Wave, il genere musicale che forse i Sonic Youth più di tutti hanno saputo meglio diffondere, emergendo da una fauna musicale ribelle fatta di personaggi come Lydia Lunch, Martin Rev, Jim Sclavunos e generis. Movimento musicale che nasce ancora una volta come rivolta ma questa volta di fronte al genere più classico del Rock e in parte del Blues, un genere che decide di partire prima di tutto dalla rottura con il classico, e che solo dopo, forse, trova una strada da percorrere, anche se in fondo non è nemmeno così, come dice chiaramente Lydia Lunch, perché la No Wave è in fondo solo un movimento di rivolta contro un sistema (quello musicale classico del Rock) senza un progetto, senza una direzione, senza veri contenuti, ma sinceramente e completamente viscerale. Ricavato il quadro storico però, il documentario di Scott Crary si perde in un confronto generazionale modaiolo che mette a confronto la scena radicale (e originale) del movimento No Wave con quella più contemporanea e forse solo di marketing e frutto di una febbre da remake di massa che ha esaltato gruppi come Yeah Yeah Yeahs o Liars. Una lavoro che in questo paragone rischia il suo epitaffio. Girato e montaggio sono anche non troppo curati, ma possono abbondantemente accontentare una più superficiale ricerca di pubblico giovane.

th-1Nonostante le loro diversità linguistiche, musicali e visive, si tratta comunque di due buoni documentari complementari che insieme raccontano un’intera fascia generazionale in rivolta, capace, grazie alla musica, di resistere all’omologazione di due grandi modelli, due blocchi opprimenti come quello americano e quello sovietico, senza un programma sul futuro che vada oltre l’essere in lotta. E’ molto significativo che in entrambi i documentari a prendere le posizioni più forti, più radicali e coerenti, siano due donne, Cornelia SchleimeLydia Lunch, che alla lunga, inserite in un contesto storico decisamente ancora maschilista, possono vantare oggi una forza caratteriale superiore a tutti i loro colleghi maschi.

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