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Tras el cristal: lo vedi Klaus, io amo la morte.

In Videodrome on 21 aprile 2013 at 12:41

tumblr_lrgdnf521Y1qd68j7o1_500Ci sono poche storie che sanno davvero far male quando hanno qualcosa da dire, e ci sono pochi registi (come il caso di Pasolini e del suo ultimo lavoro) che quando si mettono alla guida di una storia difficile sanno spingere il racconto cinematografico oltre la barriera del visibile e del narrabile: se qualcuno non è mai riuscito a vedere una seconda volta Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini, è giusto allora che si tenga alla larga da Tras el cristal (1987), opera prima dello spagnolo Agustì Villaronga.

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Gunter Meisner

E’ la storia di Klaus, un ex nazista pedofilo che dopo un tentato il suicidio finisce in un polmone artificiale, accudito da un giovane infermiere, Angelo, che in realtà lo ha visto uccidere e torturare un suo coetaneo, ed ha per le mani il diario degli appunti del nazista. L’obiettivo di Angelo è diventare com’era Klaus. Tras el cristal è un fendente sulla testa, un colpo sulla nuca che stordisce già alla prima scena (il bambino torturato da Klaus) e che trascina lo spettatore in una lunga e agonizzante riflessione sul senso e la misura della vendetta, raccontata da uno sconvolgente rapporto psicologico tra malato e infermiere, tra carnefice e vittima.

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David Sut

Angelo per completare la sua vendetta deve prima vestire i panni del suo carnefice e così, aspirando a diventare anch’egli un nazista, altro non fa che andare a scuola dal Male [i], chiudersi nella casa del suo carnefice per entrare in contatto con i suoi ricordi, analizzarne l’istinto maligno che li ha vissuti, e farlo suo. Eliminata la moglie del nazista infatti (il regista è così gelido e lucido anche nella lunga tensione che questa scena crea) il ragazzo prende possesso della casa, così come il Demonio trova il suo giusto posto all’Inferno, e la trasforma in un campo di concentramento. L’incubo è emerso 12736definitivamente, perché quel che è stato fatto non si può rimuovere: l’infermiere si è definitivamente trasformato in un nazista, gira in casa con i suoi abiti, è la reincarnazione del male che Klaus ha fatto nella sua vita, che lo accompagnerà anche in tutta quella fase in cui vita e morte sono legati (è infermo in un bicchiere di cristallo, il polmone in cui è bloccato, metafora di ricordi, pareti invisibili che si affacciano sul passato). In fondo il nuovo gerarca che sta nascendo con Angelo, l’infermiere dal mantello nero, è l’angelo nero che accompagna le anime come quella di Klaus, che “male erano e male torneranno”.

glasscage5bigVillaronga mette in scena un trattato completo sulla natura maligna dell’essere umano, realizzando un film troppo difficile, molto ambizioso e per questo probabilmente anche da molti rifiutato, osteggiato, ostacolato, censurato, ed infine rimosso, proprio come si fa con i brutti ricordi. Il circuito è perfetto quindi per Tras el cristal, perché solo dentro un bicchiere di vetro (traduzione letterale del titolo in inglese) puoi o far finta di niente o morire. Sesso e storia in uno dei migliori connubi del cinema (niente a che fare con Il portiere di Notte (1976) di Liliana Cavani) perché in Tras el cristal i racconti orribili dei campi di concentramento, fanno da preludio alla pedofilia, non ad un rapporto di dipendenza, ma anzi di rifiuto per il corpo e l’essere umano.

glasscage4bigMa quale è veramente l’orrore? L’orrore (ecco perché ancora una volta Pasolini e Salò) è nel racconto, è nell’eco di quel piacere morboso che il Male suscita in alcuni uomini, in grado di seguirlo, affascinati, fino a instaurare una relazione (sessuale) con esso, per scoprirne il piacere. La lettura del diario, e la riscrittura di questo attraverso i racconti del nazista e le messe in scena del folle infermiere, sono forse le immagini più crudeli che Villaronga ci risparmia, perché sa che basta la parola per evocare un mondo, infernale, dal quale i protagonisti emergono e s’immergono. Tutto è mostrato In-a-Glass-Cage-Movie-1987-4nelle parole di Klaus, in quelle rotte dal pianto di Angelo, così dirette come non lo sono invece le immagini. Siamo in quel luogo angusto e vero che prende il nome di Orrore, quello con la lettera maiuscola: il nazismo. Gli omicidi dei bambini presi dalla strada è horror allo stato puro, senza artificio, senza mostri che sbavano o alieni incazzati, qui è tutto vero, è l’uomo: lo vedi Klaus, io amo la Morte.

Non è una sorpresa allora che anche la piccola Rena, figlia di Klaus, non sia sorpresa e non batta ciglio quando il padre gli chiede se sa che la madre è stata uccisa da Angelo, e lei dice di esserne al corrente. In fondo la madre è la figura “respingente” di questa storia, l’odio che all’inizio lei mostra nei confronti del marito altro non è che la metafora di chi non vuole più affrontare la questione dell’olocausto e vuole andare avanti come se nulla fosse. La moglie sente il peso del marito immobilizzato nella sua stanza, così come sente il peso di un passato di cui ci si vuole liberare, con troppa facilità, staccando una spina. È tras-el-cristal-villarongaanche lei una potenziale omicida in fondo, ma la sua indecisione la trasformerà nella prima vittima. Storia da capogiro quindi, da decine di domande e da poche risposte, ambigua e suscettibile di troppe interpretazioni (immagine finale alla Lynch), che in qualche modo quando uscì in sala in Spagna deve essere stata interpretata come la versione marcia e peccaminosa di Cria cuervos (1976) di Carlos Saura.

Tras el cristal (1987)

Tras el cristal (1987)

Sia chiaro anche che Augustì Villaronga è anche un gran regista, che visivamente è molto maturo rispetto ai suoi coetanei europei all’esordio, e che stilisticamente sembra un Andrzej Zulawski più sotto controllo.

Premiato Miglior Film al Murcia Week e Miglior Opera Prima al Festival di Sant Jordi.

Piccolo aneddoto: David Sut, l’attore efebico scelto per il ruolo del giovane Angelo, per una parte del film recita con gli occhiali da sole. La scelta è forzata dal fatto che per la scena in cui legge il primo racconto dal diario piangendo, a causa di molti ciak ed all’uso di mentolo sotto gli occhi, aveva avuto una irritazione che non gli permetteva di tenere gli occhi molto aperti i giorni seguenti [ii].  


[i] Andrea Bruni su Nocturno n° 106

[ii] fonte IMDB

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