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1920 – 1929 // FRANCIA

In Il Tempo Ritrovato on 16 ottobre 2012 at 18:55

Alla fine della Prima Guerra Mondiale il monopolio della Pathè incomincia a sgretolarsi e aumenta l’importazione di pellicole statunitensi, anche se per vivacità artistica la Francia si distingue in tutto il mondo soprattutto per il fermento culturale che anima la sua capitale, tanto che Parigi diviene il centro di ritrovo della maggior parte degli artisti prossimi all’avanguardia, e provenienti da tutto il mondo. Si trova dunque in Parigi come polo d’attrazione la spiegazione per cui la maggior parte delle opere sperimentali, surreali, soprattutto in forma di cortometraggio, viene realizzata durante questi anni soprattutto in questo paese.  Anche nel cinema porno si può trovare qualcosa di sperimentale e autoriale come Madama Butterfly (1920) di e con Bernard Nathan, pioniere del cinema erotico francese clandestino. Tra le prime opere ad emergere invece, influenzate dall’incontro delle avanguardie con il cinema, il film El dorado (1921) di Marcel L’Herbier, il primo film francese consapevolmente capace delle potenzialità del cinema muto, che se da un lato si lega all’impressionismo francese dall’altro è caratterizzato invece da una sorta di “barbarismo tecnico” interessante, soprattutto per l’uso della sfocatura. Lo stesso regista si ripete con Futurismo (1924), avvalendosi delle scenografie cubiste di Fernand Lèger e Robert Mallet-Stevens. In questi anni è presentato anche La ruota (1922) di Abel Gance, che trasporta le potenzialità drammatiche del montaggio elaborate dal regista americano D. W. Griffith anche nel cinema transalpino, contribuendo soprattutto alla definizione del ritmo e della soggettiva, utilizzata in questo film in maniera coscienziosa.

È proprio Abel Gance, nella scuola francese del primo dopoguerra, a svolgere un ruolo essenziale per lo sviluppo di tecniche e temi. È francese probabilmente anche il primo film femminista della storia del cinema, La Souriante Madame Beudet (1922) della regista Germaine Dullac. Ad intervenire ulteriormente sulle regole del cinema, in questi anni messe in gioco proprio dall’esplosione delle avanguardie, ma anche da una crescente avvicinamento al cinema, è anche il regista Jean Epstein che con il film L’auberge rouge (1923) sposta la macchina da presa di 45° gradi verso l’alto e altrettanti verso il basso, superando l’inquadratura ad altezza d’uomo utilizzata fino a questo momento, e con assoluta consapevolezza narrativa. Dello stesso autore esce in sala poco dopo Cinématographe vu de l’Etna (1926) omaggio a Ricciotto Canudo, uno dei massimi teorici del cinema. Tra le correnti minori delle avanguardie è forse quella Dada quella che più di tutte riesce ad esprimersi nella settima arte, un po’ come accade con alcune forme d’impressionismo. È a Parigi, infatti, che viene proiettato il film Le retour à la raison (1923) del fotografo americano Man Ray, appartenente al filone dada ma che con questa pellicola dà il primo vero slancio verso il surrealismo cinematografico. È proprio durante la proiezione di Le retour à la raison, in una serata organizzata dal poeta rumeno Tristan Tzara (pseudonimo di Samuel Rosenstock) che avviene il grande scisma tra le due correnti [1]. L’anno dopo il pittore Vicking Eggeling realizza il primo film astratto del cinema, Diagonale Synphonie (1924). Il movimento del Surrealismo invece ha una portata certamente maggiore. Nato, infatti, a Parigi nel 1924 dalla crisi del movimento Dada, il Surrealismo incide notevolmente sul cinema soprattutto per la sua intrinseca forza capace di realizzare movimento nel sogno, creare l’onirico, rappresentare l’inconscio. Alcune delle migliori soluzioni raggiunte sono Ballet mécanique (1924) di Fernand Léger nel campo del ritmo visivo (e comunque dadaista) e Photogénies (1924) di Jean Epstein, quest’ultimo considerato come esempio di cinema puro. Seguace dell’ondata surrealista cui Francis Picabia fa da punta di diamante, il regista Renè Clair dirige Intermezzo (1924) eseguendo una commissione proprio di Picabia, realizzando un film da molti considerato un capolavoro dell’avanguardia dadaista (non solo francese) quasi ad un passo dagli esperimenti visionari del Surrealismo. Si fa notare per le riprese dalla metro di Parigi il cortometraggio Jeux et reflet de la lumiére et de la vitesse (1925) di Henri Ch’omette, mentre qualche anno più tardi il regista teatrale Antonin Artaud scrive per il cinema il film surreale La coquille et le clergyman (1927) diretto da Germaine Dulac. Più in generale il cinema d’avanguardia europeo si sviluppa principalmente in questo paese, dove sale ben precise si specializzano nei nuovi percorsi cinematografici.  Nel 1924 infatti viene aperto il Vieux-Colombier da Jean Tédesco, nel 1926 sono fondate da Armand Tallire e Myrga le Ursulines e nel 1928 è creato lo Studio 28 da Jean Mauclaire. In tutte queste sale circola più di ogni altro luogo il cinema d’avanguardia e quello sperimentale.La Francia degli Anni Venti non è però solo quella del cinema sperimentale: vengono comunque realizzati film di grosso valore produttivo, tra i quali Napoleone (1927) di Abel Gance, al qualeil cinema deve anche l’invenzione del Polyvision, sistema di proiezione su tre schermi; e La passione di Giovanna d’Arco (1928) di C. T. Dreyer (regista d’origine danese) uno dei più grossi successi di critica degli Anni Venti, ma anche prototipo linguistico sull’uso del primo piano. Un altro esempio di cinema surrealista francese (tratto da un racconto nero di Edgar Alan Poe) è La caduta della casa Usher (1929) di Jean Epstein, lavoro al quale fa da assistente alla regia lo spagnolo Luis Bunuel. In questo percorso cinematografico che spinge sempre di più verso il significato del sogno, non sono però autori francesi come Antonin Artaud e Jaque Cocteau, i grandi maestri teatrali di questa corrente, ad influire sul nuovo linguaggio, ma due “intrusi” spagnoli come il pittore Salvador Dalì e il regista Luis Bunuel: insieme sin dai primi passi nel cinema, entrambi firmano quello che non a torto è considerato il vero manifesto del cinema surrealista, Un chien andalou (1929) per la regia di Luis Bunuel, esperimento onirico dell’equivalente scrittura automaticadel surrealismo (a renderlo celebre è soprattutto il prologo dell’occhio tagliato).


[1] Jean Mitry. Storia del cinema sperimentale. CLUEB

  1. […] diffusione di cultura a stelle e strisce, pochi autori riescono a difendersi, come il poliedrico Jean Cocteau che dirige la favola La bella e la bestia (1946) e Jacques Tati con Giorno di festa […]

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  2. […] chien andalou – Luis Buñuel (FRANCIA – 1929 – 16′ […]

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