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Reality: il valore aggiunto del cortocircuito.

In Nicheldome on 15 ottobre 2012 at 14:07

C’è una caratteristica, nel cinema di Matteo Garrone, che è un valore aggiunto che pochi altri registi hanno: il cortocircuito. Talento indiscutibile dei registi che ne fanno uso è quello che emerge quando questo cortocircuito diventa prima di tutto una storia, ma prima ancora un meccanismo che va oltre il film stesso. Reality è una sintesi perfetta di tutto questo.

È la storia di un pescivendolo che, fatto un provino per il Grande Fratello, vive nell’attesa di una chiamata “dalla televisione”, sconnettendosi così dal proprio vissuto. È la storia di una malattia, una paranoia che solo il successo mancato può creare, una pericolosa parabola discendente, una caduta travolgente dalla fiaba all’incubo, dalla luce all’oscurità (il calesse nei titoli di testa e la casa prima dei titoli di coda), la storia di un uomo che si perde a casa propria.

Reality è l’ennesima fotografia riuscita di un paese malato e distratto, riflesso di un contenitore vuoto che periodicamente si riempie degli stessi contenuti: la prova tangibile che basta apparire in televisione per cancellare il mondo difficile nel quale siamo immersi, fatto di gente che tira a campare, che si difende e ha paura ad attaccare, che si nasconde, che sa divertirsi e tornare sempre a lavorare, in mezzo a palazzi veri, strade vere, e tante facce vere.

 

 

Attraverso il racconto di una famiglia che il reality show lo subisce come fenomeno di massa, Garrone porta sullo schermo il desiderio diffuso di un paese la cui massima aspirazione è diventata quella di entrare in una scatola vuota per sentirsi qualcuno, ma alla quale aspirazione il film risponde mostrando quello che le telecamere non fanno vedere, quello che la televisione non mostra davvero, e cioè che sei vero finché non ci entri, dopodiché non sei più nessuno.

Per Garrone la sfida non è però solo una messa in scena come sempre impeccabile di un concetto chiaro ma profondo, una storia che è sempre specchio di una realtà che a fatica si riesce a leggere e raccontare, per Garrone ancora una volta la sfida è anche la costruzione di un meccanismo votato al completo senso del cortocircuito: a dare il volto al personaggio di Luciano Ciotola, l’uomo che sogna di farsi rinchiudere nella casa più famosa della televisione italiana, è Aniello Arena, detenuto a Volterra con un ergastolo dall’età di 23 anni, e che vive in una delle case meno famose in Italia, il carcere. Anche in questa scelta, a chi far interpretare questo personaggio, Matteo Garrone dimostra un fondo di coerenza intellettuale che accompagna e sostiene la sua cifra stilistica. Non si tratta solo di saper fare cinema o saper raccontare storie, con Matteo Garrone si tratta ancora una volta di assistere ad un pensiero completo su “come fare cinema”. Totale.

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