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È stato Ciprì.

In Nicheldome on 28 settembre 2012 at 11:10

Che l’Italia sia il paese dei paradossi, non è una scoperta che vale una dichiarazione. Che il regista e direttore della fotografia Daniele Ciprì abbia costruito la sua carriera su questo concetto è invece una conferma.

E’ stato il figlio (2012), pellicola da lui diretta e impressionata, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è infatti un ulteriore tassello a composizione di un “mosaico del grottesco” che questo atipico regista palermitano ha saputo costruire nell’immaginario collettivo italiano.

La trama del film, tratta dal romanzo omonimo di Roberto Alajmo (e ispirata a un fatto vero) ha radici profonde in quello che i fedelissimi ricordano come uno dei punti più alti di “elegante e sguaiata” provocazione televisiva che lo stesso Ciprì portò sul piccolo schermo quando ancora firmava i suoi lavori con il collega Franco Maresco: Cinico Tv, una serie di brutali personaggi siciliani che nel loro decadente post modernismo incarnavano la rappresentazione più estrema di un paese allo sbando culturale.

È stato il figlio è la storia di una famiglia che perde la figlia vittima di un conflitto di mafia e che rinasce, grazie ad un risarcimento dello stato, nell’acquisto di un’auto di lusso, simbolo degli Anni Ottanta, dell’apparenza, del progresso, e della tragedia.

Grottesco, spiazzante, a tratti surreale, con una fotografia che è una firma, il film di Daniele Ciprì incanta anche per ritmo, intelligenza narrativa e interpretazione degli attori: finalmente un ruolo diverso per Toni Servillo, divertente e malinconico (come tutti i personaggi di Ciprì), in contrappunto alla più “composta” interpretazione di Alfredo Castro, il protagonista violento e surreale di Tony Manero (2008) di Pablo Larrain, e che nel film di Ciprì ricopre il ruolo del narratore.

Se tutto questo non dovesse bastare, tra spiagge deserte e rottamatori navali, tra debiti e compromessi, arriva poi il finale con una scena che rimarrà nella storia del cinema italiano perché improvvisa e concreta, violenta e incredibile, travolgente come una tempesta di parole messe in bocca alla più anziana della famiglia (interpretata da Aurora Quattrocchi), che inchioda lo spettatore alla sedia strappandogli con forza il sorriso dalle labbra per sostituirlo con una smorfia che sa tanto di un lungo senso di colpa: il pensiero italiano.

Imperdibile, il film di Daniele Ciprì diventa allora una metafora su una generazione intera vittima e condannata da quella precedente: è stato il figlio, così dice il titolo, ma la colpa è dei padri.  Un peccato ancestrale e indelebile di cui il più giovane è sempre colpevole.

Un film dell’orrore mascherato da commedia, ambientato ancora una volta in Sicilia, ma questa volta quasi interamente girato in Puglia.

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