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V/H/S – Il new vintage sbagliato.

In Nicheldome on 25 agosto 2012 at 16:45

La tendenza correva da tempo e da qualche parte prima o poi doveva andare a sbattere. Il genere POV (point of view) che nel porno miete vittime mentre riempie casseforti, ormai va molto forte anche al cinema, prima dilatato tra nuove droghe (Strange days (1995) di Kathryn Bigelow) e militanze (Redacted (2007) di Brian De Palma) ma in realtà già definitivamente sdoganato dal gioco di due ragazzetti (The Blair Witch project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez) al cui pubblico della stessa età ormai sembra direzionato (coincidenza vuole che il genere sia tra i preferiti anche per la metà dei videogiochi).

Con il progetto di V/H/S però, film collettivo a episodi, il genere POV raggiunge forse il suo apice (baratro) in una operazione di mercato che di nuovo aggiunge solo il recupero vintage dei supporti di registrazione.

La storia (?) è semplice: un gruppo di balordi armati di videocamera fa irruzione in una casa mezza abbandonata dove è nascosto un archivio di videocassette dai contenuti raccapricciosi. Una collezione privata di riprese homemade che finiscono per la maggior parte in tragedia.

L’idea (?) ancor più semplice: affidare ad ogni regista un episodio di questo progetto.

Il risultato (?) è un mix di horror tenuto insieme da una non precisata storia di balordi, che non porta a nulla, se non alla condivisione di un archivio di storie logorroiche.

È questo infatti il primo difetto di V/H/S, perché il problema dei finti video amatoriali (lo si era capito già dal capostipite The Blair Witch project) è la logorrea inutile dei partecipanti, persone che davanti alla camera di un (finto) amico diventano le più noiose ed irritabili del mondo. E la stessa sensazione, la prova spesso anche lo spettatore.

Il secondo difetto è quello teorico legato al genere POV: la macchina da presa non può né sempre essere a favore del protagonista (come nel caso del ladro che guarda le videocassette) né troppo maldestra come se messa in mano ad un bambino di tre anni (come negli episodi “fuoriporta”). In questa mancanza di un linguaggio comune (giustificata dalla natura collettiva del progetto) due episodi però riescono a sorprendere per la loro realizzazione: il primo Amateur night e l’ultimo 10/31/98, tra vampiri e case stregate.

Il terzo ed ultimo difetto è in merito al genere found footage. Se nel padre del genere, Cannibal holocaust (1980) di Ruggiero Deodato, il “ritrovamento” serviva oltre che a fare trama anche a “denunciare” la manipolazione dell’informazione attraverso il montaggio, ed in The Blair witch project  il “ritrovamento” diventava automaticamente solo fenomeno di vendita del film, in V/H/S il founding footage è davvero pretensioso, tanto che la storia non riesce mai a legarsi, visivamente, proprio a questo meccanismo.

Nonostante la qualità dei registi che hanno partecipato (Ti West tra loro) il film è però una mezza delusione, soprattutto perché questa scelta “new vintage” poteva inserirsi in un altro filone, quello appunto del recupero delle videocassette, tema lanciato dalla commedia Be kind rewind Gli acchiappafilm (2008) di Michel Gondry, e poi spinto all’estremo dal geniale Harmony Korine con la provocazione di Trash humpers (2009). Occasione persa.

  1. […] il sequel di V/H/S, ennesimo found footage horror movie, che cambia supporto passando al Super VHS (cui fa […]

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