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25 – Nascita di una nazione (1915)

In Senza categoria on 9 giugno 2012 at 13:28

Nascita di una nazione – David Wark Griffith(U.S.A. – 1915 – 159′ b/n)

con: Lillian Gish, Henry B. Walthall, Mae Marsh, Miriam Cooper, Robert Harron, Ralph Lewis, Mary Alden, George Siegmann, Walter Long, Wallace Reid

Titolo originale: The Birth of a Nation

Seconda metà dell’800. Non ancora gli Stati Uniti d’America. Due famiglie, due schieramenti, due razze, due tempi, una nazione. Gli Stoneman e i Cameron, il nord della Pennsylvania ed il sud del South Carolina, i neri ed i bianchi, nascita di una nazione e ricostruzione, e anche il Ku Klux Klan. Per il primo grande, sontuoso esempio di cinema di lungometraggio, forse la storia più brutta mai portata sullo schermo e sulla quale struttura epica non è necessario soffermarsi se non per dire che fu ispirata ai romanzi L’uomo del clan (The Clansman – titolo con il quale la pellicola fu presentata per la prima a Los Angeles) e The Leopard’s Spots di Thomas Dixon, un pastore battista dalle evidenti tendenze razziste.

Nascita di una nazione è il simbolo della contraddizione spettacolare del messaggio americano. Accusato non a torto di razzismo, il regista David Lewelyn Wark Griffith, figlio di Jacob “Roaring Jake” Griffith, generale sudista eroe della Confederazione, non poteva scegliere una celebrazione peggiore per il film che avrebbe dato vita al cinema. Dopo una lunga esperienza di lavori brevi, Griffith realizza infatti il primo lungometraggio americano con così tanti pregi cinematografici nello stesso lavoro, mostrando al pubblico del paese ed al mondo intero uno dei più grandi film della storia del cinema muto a dispetto di coloro che, per quanto giustamente, stigmatizzano il suo razzismo [i]. Inserendo però anche questo enorme contrasto, tra qualità artistica e qualità morale del film, all’interno di tutto il processo creativo di Nascita di una nazione, i conti tornano: il tema del doppio è, infatti, base di tutta la na(rra)zione, dal concetto di ostilità (introdotto dall’antagonismo tra cane e gatto, due razze diverse) a quello di complicità (sul campo di guerra nell’abbraccio-bacio-abbandono al sonno mortale di due militari nemici, sino al ricongiungimento finale) nella selezione del proprio nemico e nella scelta di un obiettivo comune.

A questa complessa necessità narrativa si piega il linguaggio del montaggio, scoprendo allo stesso tempo tutte le sue potenzialità ritmiche ed emotive: salti spaziali, contemporaneità (le tre azioni finali parallele che definiscono il cosiddetto montaggio alla Griffith: Elsie aggredita dal governatore mulatto Lynch, i Cameron aggrediti in casa loro e l’arrivo tempestivo del K.K.K.) e rappresentazione dell’altrove (stanza di Lincoln rappresentata con mascherina sulla m.d.p.), accrescono la consapevolezza del regista del fatto che la durata delle inquadrature influenzi direttamente la drammaticità del racconto [ii]. È infatti in una progressiva diminuzione della lunghezza dei fotogrammi in parallelo che si amplifica il fenomeno del ricongiungimento, sia esso pacifico o bellico, comunque risolutivo. A proposito proprio del montaggio, trattandosi di una storia caratterizzata dal tema del contrasto (quindi da due coefficienti narrativi) questo “macro” montaggio parallelo vive in realtà anche di un sottoinsieme di movimenti del montaggio che alimentano l’alternanza ritmica del racconto: un’alternanza delle parti differenziate, delle dimensioni relative ed infine delle convergenze (in quest’ultimo caso ad esempio è proprio la cavalcata finale) [iii].

Oltre alla scorrevolezza narrativa va considerato anche lo studio sulle luci poiché, non essendovi lampade all’epoca, il film fu realizzato con specchi riflettenti piazzati davanti agli attori dall’operatore Bitzer. Il Presidente Wilson, vedendo il film alla Casa Bianca, si esaltò proprio per l’uso della luce, parlando di una storia scritta soprattutto con questa [iv]. Due sono i movimenti di macchina da presa più importanti: il carrello all’indietro su Phil Stoneman che conduce l’attacco sudista al fronte nemico (inquadratura falso piano americano) e sulle cavalcate dei terribili membri del K.K.K.; la brevissima panoramica che introduce lo sbarco: da sinistra (in campo medio stretto, una madre con figlie) a destra (in campo lunghissimo, lo sbarco ad Atlanta).

Innovativo fu anche il lavoro fatto con gli attori, visto che nella maggior parte dei film di questo periodo si procedeva avanti ad improvvisazione, mentre per Nascita di una nazione ci furono ben due mesi di prove delle scene. Anche l’uso delle comparse è riletto come elemento che contribuisce anche alla definizione della scenografia: la scena del ballo che anticipa la prima vittoria dei sudisti (con la gente sulle scale in campo lungo e la folla di ballerini); le battaglie sontuose in campo lunghissimo; le parate militari. Certo non si può non considerare nemmeno la brutta rappresentazione del Parlamento a maggioranza di uomini di colore, il momento forse in cui più di tutti il regista aggredisce l’umanità di quella che all’epoca era vista solo come una razza.

L’insieme di tutte queste innovazioni e la maestosità di tutto il meccanismo produttivo (nove settimane di riprese e cifra record di 110.000 dollari), portarono definitivamente il cinema lontano dal contesto teatrale (nessun teatro avrebbe guadagnato, infatti, 15 milioni di dollari, quanti ne incassò il film). Griffith anzi, ebbe il coraggio di portare il teatro dentro il cinema nell’incredibile scena dell’omicidio del presidente Lincoln, nella quale sequenza si possono rintracciare anche elementi di controcampo che coinvolgono più di un punto d’osservazione. L’opera rappresentata era Our american cousin, con Laura Keene.

Durante la prima settimana di proiezione a N.Y., la pellicola arrivava a 13 bobine (13.058 metri), poi ridotta a 12 e mezza (12,500 m) ed infine a 9 bobine e mezza nell’edizione sonorizzata del 1930 (9.500 m) [v]. Billy Bitter e Karl Brown furono i direttori della fotografia mentre Erich von Stroheim (l’uomo che cade dal tetto), Raoul Walsh (l’assassino di Lincoln) [vi] e Jack Conway fecero gli assistenti alla regia [vii]. Per risposta alle polemiche suscitate, alle accuse di razzismo, che non si placarono nemmeno con The rise and fall of free speech in America (pamphlet che fece inserire prima dei titoli di testa e nel quale s’appellava alla libertà d’espressione) Griffith girò il seguente kolossal Intolerance (1916).

Ha scritto il regista russo Sergej Michajlovič Ėjzenštejn su Nascita di una nazione, ma soprattutto su Griffith “…è dio Padre. Egli ha tutto creato, tutto inventato… Per quanto mi riguarda, gli devo tutto” [viii]. In realtà, sebbene fu The birth of a nation (questo il titolo originale) a dare il colpo di grazia ad un certo tipo di cinema ancora legato al fenomeno da baraccone, in Europa fu proiettato solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale: in Francia nel 1921. Di vero già altre opere prima di questa avevano battuto la strada del lungometraggio in Europa e proprio in Italia: La caduta di Troia (1910) di Giovanni Pastrone, Quo vadis? (1913) di Enrico Guazzoni e Cabiria (1914) ancora di Pastrone, ai quali film Griffith si è ispirato senza dubbio: tutto Griffith è già in Italia negli anni ’10, come egli stesso ammetterà [ix]. Non v’è dubbio che il regista americano però fosse già in grado di realizzare scene di forte impatto come tutta la sequenza finale, in precedenza solo abbozzata nel lavoro breve Il massacro (1912).

Ne esiste a mio avviso un solo remake, con debite ed intelligenti rivisitazioni e modifiche per fortuna, ed è Gangs of N.Y. (2002) di Martin Scorsese.


[i] Massimo Moscati. Breve storia del cinema. Bompiani

[ii] Anche se in realtà egli aveva già sperimentato le capacità del montaggio nel precedente lavoro, The avening Coscience (1914). Jean Mitry. Storia del cinema sperimentale. CLUEB.

[iii] Gilles Deleuze. L’immagine-movimento. Ubulibri. Pg. 46

[iv] Maurizio De Benedictis. Il cinema americano. Newton & Compton Editori.

[v] Fernaldo Di Giammatteo. Dizionario del cinema americano. Editori Riuniti

[vi] Paolo Mereghetti. Dizionario dei film 2000. Baldini & Castoldi.

[vii] Morando Morandini. Dizionario dei film 2004. Zanichelli.

[viii] Massimo Moscati. Breve storia del cinema. Bompiani

[ix] Massimo Moscati. Breve storia del cinema. Bompiani

  1. […] che più banalmente di tutti mostrano queste debolezze da parte delle produzioni bianche (da David W. Griffith fino ai fratelli Marx), pellicole e dialoghi che parlano a volte più di tante leggi scritte, Van […]

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  2. […] a quello che ancora oggi è riconosciuto come un (discutibile) caposaldo del cinema classico, Nascita di una nazione (1915) film nel quale egli introduce e sperimenta i principali elementi della grammatica […]

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