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80 – Aurora (1927)

In Senza categoria on 3 giugno 2012 at 12:42

Aurora – Un canto di due esseri umani. – Friedrich Wilhelm Murnau (USA – 1927 – 110′ b/n)

con: George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingston, Bodil Rosing, J. Farrell MacDonald

Titolo originale: Sunrise – A song of two humans

Considerato, non a torto, uno dei momenti più alti del cinema post-espressionista del regista tedesco Friedrich W. Murnau, Aurora oltre a rappresentare un perfetto incontro di modelli, tedesco letterario decadente e americano produttivo comico, è un’opera fondamentale per gli sviluppi del cinema dell’emigrazione e del cinema americano più in generale[i] poiché rappresentante, assieme ad altri registi ed altre pellicole di questo decennio, l’incontro tra la cultura europea (e tutta la sua esperienza narrativa) e la tecnica americana. Trasferitosi negli Stati Uniti, Murnau, rappresentante atipico dell’espressionismo naturalistico, realizza a cinque anni di distanza dal suo primo capolavoro Nosferatu il vampiro (1922), un’altra pietra miliare del cinema muto, la prima della sua esperienza d’Oltreoceano. Basando l’intera opera sul tema della coppia e della differenza tra il modello provinciale (contadino) e quello urbano (quest’ultimo rappresentato soprattutto dal caotico luna park), Murnau mostra ancora una volta una coinvolgente capacità linguistica: sa montare e seminare tensione in un crescendo emotivo che dal terrore di un omicidio possibile (tragedia) raggiunge l’ilare leggerezza di una coppia innamorata (commedia) per chiudere con un finale che ancora richiama alla tragedia, seppur con esito ottimistico. Proprio quest’attitudine alla predilezione per l’happy end lo fa apprezzare negli Stati Uniti, cosa che invece lo allontana definitivamente dalla corrente “integralista” dell’espressionismo, cui egli stesso aveva invece contribuito proprio con la variante naturalistica del suo Nosferatu. Anche in Aurora però non si possono non vedere alcune illuminazioni o alcuni movimenti che a quella scuola ancora si rifanno, come durante la scena d’amore negli stagni, la vamp si contorce come fiamma di fuoco fatuo, con le movenze eccessive imposte proprio dall’espressionismo[ii]. Anche la plasticità delle immagini impresse sembra garantita dalla consapevolezza strutturale del “primo” espressionismo (quello dei falsi fondali e delle grandi ricostruzioni simboliche, il caligarismo) perché Aurora contiene difatti la maggior parte dei principali dispositivi linguistici di cui il regista è ormai in possesso, ma questo non toglie in lui la voglia di sperimentare e fare ricerca sia con il mezzo (inquadratura sull’ottica al contrario della macchina fotografica, p.p.p. del maialino che beve il vino) che con gli attori, capaci in questo film di passare dalla tragedia al comico senza eccessivi manierismi (tutta la scena della statua che cade e che loro immaginano di aver rotto fa parte del repertorio delle gags). Piani sequenza (tutto il primo incontro tra l’uomo e l’amante), carrelli (il suggestivo ingresso nel luna park), zoom, dissolvenze, sovrimpressioni (stupefacente e suggestiva quella dell’abbraccio dell’amante, abbraccio immaginato da lui), flashfoward (l’idea dell’omicidio della moglie) e flashback (il racconto dell’uomo che ritrova il corpo di lei ancora vivo) tutto dosato in un armonico ed emozionale montaggio (specialmente tutta la parte del matrimonio nel quale lui s’identifica). Per Murnau, che in questa pellicola non rinuncia ad osare con il corpo femminile (siamo in America ed egli scopre spalle, e mette gambe in mostra) la vita è quasi sempre la stessa, un po’ amara e un po’ dolce… che si costruisce sull’ambiguo rapporto dell’estate (il tradimento) la mezza estate (il ballo prima del ritorno a casa) e l’aurora dopo la tempesta (il bacio che risalda la coppia oltre la tragedia). Aurora, ispirato al racconto Die Reise nach Tilsit di Hermann Sudermann, sceneggiato per il cinema da Carl Mayer, è una storia che nelle mani di Murnau si arricchisce ancora una volta principalmente di elementi naturalistici, forzando il contrasto tra l’autenticità dei sentimenti (campagna) ed il peccato di questi (città), riconciliando la coppia nella visione frivola e leggera della città (il luna park), che in realtà è proprio l’origine della tragedia, da dove cioè proviene l’amante adescatrice. Il film, in origine muto, fu presto musicato (composizioni di Hugo Riesenfel) con sistema di sincronizzazione Movietone. Aurora, nonostante l’inaspettato insuccesso, ottenne anche due premi Oscar alla prima edizione della manifestazione: per la miglior attrice protagonista a Janet Gaynor (nei panni della moglie) e per la fotografia di Karl Strauss e Robert Rocher che svilupparono profondità di campo notevoli per l’epoca, ma che seppero soprattutto lavorare sulla teoria dei contrasti (la città luminosa e la palude oscura) molto cara al regista. A fare da assistente al regista fu Edgard G. Ulmer, il quale diresse i primi piani di Janet Gaynor, poiché al regista non piaceva l’uso di queste inquadrature per il suo film [iii]. L’idea di partenza del regista non era sbagliata poiché l’uso dei primi piani avrebbe giustamente caricato di drammaticità la storia, ma egli era convinto (e ne fu in grado) che avrebbe potuto costruire la stessa tensione e la stessa drammaticità attraverso la gestione dei tempi narrativi, in realtà tutti concentrati sul protagonista maschile. Janet Gaynor sarà poi attrice ancora una volta per Murnau nel controverso (e scomparso) I quattro diavoli (1928) abbandonato verso la fine delle riprese per una lite del regista con la Fox, casa di produzione con la quale era sotto contratto. Tornando ad Aurora, l’edizione italiana ha la voce di Luigi Diberti nella lettura delle didascalie scritte da Katherine Hilliker e H.H. Caldwell (quelle che parlano di affogare la moglie, annegano anche nella scrittura!). Di Aurora scrisse il regista francese Françoise Truffaut che era il più bel film della storia del cinema; forse non è vero, ma è certamente uno dei più belli [iv]. Ne è stato fatto un remake, Verso l’amore (1939) di Veit Harlan.

 

Trama: estate. Tempo di vacanze. Una donna di città seduce un uomo di campagna, sposato e con un figlio. A causa di questa relazione egli trascura la famiglia e la fattoria, spesso raggiunta dalle richieste degli usurai. L’amante, una notte, lo convince a uccidere la moglie simulando un incidente con la barca nel lago e gli propone di vendere la fattoria e trasferirsi con lei in città. La mattina dopo, l’uomo porta la moglie a fare un giro in barca e quando sta per ucciderla viene colto dal rimorso e torna a riva. La moglie scappa, impaurita, salendo su un tram che la porta in città. Il marito la rincorre e cerca più volte di rassicurarla mostrandosi gentile. La moglie accetta di fidarsi e i due vanno in una chiesa, dove si sta celebrando un matrimonio. L’uomo rimane colpito dalle parole della funzione e scoppia in lacrime domandandole perdono. La moglie lo perdona definitivamente. Decidono allora di trascorrere una felice giornata in città e vanno dal barbiere (dove l’uomo minaccia un pretendente della moglie) da un fotografo (dove si fanno ritrarre mentre si baciano) ed al luna park, dove giocano, ballano, brindano. Alla fine della serata, con la luna piena, tornano nella loro casa di campagna con la braca ma una tormenta li sorprende rovesciandola. L’uomo a fatica raggiunge la riva ma della moglie non v’è traccia. Corre in paese e con l’aiuto di altri contadini cercano per tutto il lago. L’amante, svegliata dal trambusto, è convinta che lui abbia agito come gli aveva chiesto e quando ritorna a casa senza notizie di sua moglie, gli va incontro convinta d’essere prossima alla partenza per la città. L’uomo invece, in preda dalla rabbia, prova a strangolarla ma le grida della domestica lo fermano: hanno ritrovato sua moglie, ancora viva. All’alba, la donna di città fa ritorno nel suo ambiente mentre marito e moglie si baciano.


[i] Alfonso Canziani. Cinema di tutto il mondo. Mondadori

[ii] Lotte Eisner. Lo schermo demoniaco. Editori Riuniti. pg. 139

[iii] Lucilla Albano. Il secolo della regia. Marsilio

[iv] Goffredo Fofi. I grandi registi della storia del cinema. Donzelli Editore. pg.25

  1. […] finale, l’happy end realizzato da Murnau, che vede nel raggio di sole la soluzione alle tenebre, diventerà uno dei punti centrali della sua filmografia. Personalmente troviamo surreale, e per questo incantevole, la scena in cui Ellen riceve notizie dai […]

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  2. […] Floyd Crosby, accompagnatore fisso del regista, ma anche del film Tabù (1931) diretto da F. W. Murnau e Robert J. Flaherty. Si potrebbe dire che ne L’uomo dagli occhi a raggi X c’è quasi tutto il […]

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  3. […] Sunrise – A song of two humans – Friedrich Wilhelm Murnau (USA – 1927 – 110′ b/n) […]

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  4. […] regista Howard Hawks, Bolidi in corsa (1926). E’ ancora un europeo, F. W. Murnau, che con il film Aurora (1927) si aggiudica il primo Premio Oscar di […]

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