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1920 – 1929 // U.S.A.

In Il Tempo Ritrovato on 2 giugno 2012 at 19:22

E’ il decennio in cui nasce e si consolida l’industria del sogno: il meccanismo cinematografico sente e sviluppa il bisogno di figure sempre più specializzate in grado di fortificare il connubio tra impresa commerciale e produzione cinematografica. Nasce in questi anni, infatti, la figura del producer (del produttore) incaricato a mantenere ritmi di lavoro e responsabilità economiche sempre sotto osservazione per un sempre più ottimale risultato. Così com’era successo in precedenza ad alcuni registi che si erano riuniti per fondare proprie case di produzione, all’inizio di questo decennio una serie di producers si riunisce nel 1921 per fondare la Associated Producers (poi Associated Fist Producers una volta unita al trust anche dei distributori).La figura del producer s’inserisce perfettamente in un sistema di mercato cinematografico che ha posto le basi su due modelli che nel frattempo s’istituzionalizzano: lo studio system e lo star system.

Lo star system lavora sugli attori attraverso la visibilità (pubblicità) dell’immagine privata dei protagonisti della scena cinematografica, creando e sfruttando una vera e propria mitizzazione dei corpi delle star, fino a farne veri e propri corpi gloriosi (divi, divine) se non proprio l’aspirazione ad una specie di trascendenza [1]. In questo senso il cinema delle star si basa sul paradossale superamento del corpo, basandosi sugli elementi del fascino, potenziato e trasformato prima di tutto in studio [2] contribuendo dunque alla creazione di vere e proprie icone.

Lo studio system introduce invece un preciso, quasi chirurgico metodo d’organizzazione del lavoro teso alla massimizzazione dei profitti attraverso la minimizzazione delle risorse, in perfetto stile capitalista (o taylorista). L’insieme di questi due “sistemi” di produzione, quello industriale del progetto filmico e quello industriale del corpo filmico, determina il successo imperialista del cinema americano e la conquista mondiale del mercato dei sogni. Con la creazione dunque di un vero e proprio assetto industriale, il cinema americano attira l’investimento d’ingenti capitali: la forma d’integrazione verticale che permette alle singole società di gestire tutti e tre i settori in cui si articola l’industria cinematografica (dalla produzione alla distribuzione ed all’esercizio delle sale) fornisce inoltre da “garanzia” dell’investimento dei capitali nel settore.

Di tutto questo ne soffre la narrativa: in fondo negli Anni Venti il cinema americano è principalmente ancora quello comico, ma un personaggio su tutti segna questo decennio e questo genere, sostenendo il film comico con temi importanti: Charlot, che dopo una lunga carriera come autore ed interprete di gag, realizza il suo primo lungometraggio Il monello (1921), saga umanitaria sulla valorizzazione dell’individuo in un contesto storicamente drammatico. Il passo da Charlot a Chaplin è davvero breve: grazie alla solida posizione di forza nel mercato cinematografico Chaplin realizza altri lavori senza mai risparmiare una critica al materialismo americano, caratteristica che lo fa apprezzare ovviamente soprattutto all’estero.

Al di fuori della consistente fetta di mercato occupata dal genere comico, il cortometraggio Manhatta (1921) di Paul Strand e Charles Sheeler si fa notare per il suo ricercato realismo (sorta di free cinema pre anglosassone) mentre nel maggio del 1922 Walt Disney mette in piedi una casa di produzione Laugh-O-Grams Films, poi Walt Disney Productions, specializzata in cortometraggi d’animazione. Nello stesso anno esce, prodotto in questo paese, uno dei migliori film del regista austriaco Erich Von Stronheim, Femmine folli (1922), forse l’unico vero autore assieme a David W. Griffith (di cui fu allievo [3] e opposto) in grado di parlare degli Stati Uniti attraverso le proprie opere, oltre Chaplin ovviamente. Come lui (nato a Londra) tanti sono i registi di origine europea a lavorare nel cinema in questi anni, soprattutto a causa della Prima Guerra Mondiale. Molti autori infatti trovano asilo proprio a Hollywood e contribuiscono ad un suo futuro cambiamento: il francese Maurice Tournier che meglio di tutti lavora sull’illuminazione di natura espressionista con chiaroscuri minacciosi che accentuano i toni drammatici; i tedeschi (che meglio si adattano ai metodi hollywoodiani) Ernst Lubitsch e F. W. Murnau (che lavora sull’espressionismo agendo anche sulle angolazioni ed i movimenti della macchina da presa, ma soprattutto è colui che ha ridotto al minimo, primo fra tutti, l’uso della didascalia nei suoi film [4]) e il berlinese Ernst Lubitsch che esordisce con il film Rosita (1923), anno in cui nasce anche (dalla fusione con la Famous Players Film Company di Edwin S. Porter con le case di produzione di A. Zukor e Hodkinson.) la prima grande multinazionale del cinema: la Paramount. Cacciatori di salvezza (1925) è l’esordio dietro la macchina da presa di Josef von Sternberg, mentre dirige in questo decennio il suo primo film anche il regista Howard Hawks, Bolidi in corsa (1926). Il primo a scrivere ufficialmente la parola “documentario” è il regista e sociologo scozzese John Grierson recensendo nel febbraio del 1926 il film Moana di Rober Joseph Flaherty. L’attrice di teatro Mae West viene condannata a 10 giorni di carcere per aver interpretato sul palcoscenico lo spettacolo Sex; diventerà una delle icone del cinema degli Anni Trenta. E’ ancora un europeo, F. W. Murnau, che con il film Aurora (1927) si aggiudica il primo Premio Oscar di Hollywood.

In questo decennio soprattutto, grazie alla magia di alcuni personaggi interpretati, e grazie alla lunga collaborazione con il regista Tod Browning, si distingue nel genere horror (altro genere in forte crescita) l’attore Leonidas Lon Chaney, interprete de Il fantasma del palcoscenico (1925) di Rupert Julian e Lo sconosciuto (1927), un inquietante melodramma erotico, proprio di Tod Browning.

Nell’annata 1926/27 vengono prodotte 246 pellicole mute dopodichè viene introdotto definitivamente l’uso del sonoro. Anche se vi erano stati dei primi esperimenti, sia con Il cantante di jazz (1927) di Alan Crosland proiettato per la prima volta il 23 ottobre, sia con il primo cartone animato americano a ricorrere alla sonorizzazione come Steamboat Willie (1928) di Walt Disney, in realtà il primo film completamente parlato di questo paese è Lights of New York (1928) di Bryan Foy, prodotto dalla Warner Bros.

Tornando al genere comico, oltre Chaplin esiste un altro grande interprete, ovvero Buster Keaton, l’uomo che non ride mai, l’attore perfetto secondo i surrealisti, che raggiunge il più alto grado di maturità con Il cameraman (1928) diretto da Edward Sedgwick, sorta di summa di tutte le sue più famose gag ma anche divertente riflessione proprio sul cinema. Buster Keaton è tuttora considerato il secondo modello del genere nel cinema, poiché propone un personaggio più passivo rispetto ai fatti e a volte in situazioni che superano il “poetico” realismo chapliniano. Un sotto genere che si sviluppa in questo periodo è la slapstick comedy, basata soprattutto dall’ingegnosità artistico-tecnica della gag più che sui contenuti del film. L’introduzione del parlato fa sì che molti autori del cinema muto si lascino sconfiggere proprio dal sonoro e uno di questi è proprio Buster Keaton che dopo ancora alcuni esperimenti nel decennio successivo finirà per cedere all’alcolismo. Il fiume (1928) è un melodramma a tinte erotiche diretto da uno dei migliori autori di melodrammi di questo decennio: Frank Borzage.

La regina Kelly (1928) di Erich Von Stronheim è intanto l’ultima pellicola diretta dal regista nella sua carriera, un film messo al bando da Hollywood e quasi incompiuto per l’avvento del cinema sonorizzato. Anche se circolavano già da tempo, è di questo anno la copia più vecchia che sia rimasta di un catone animato pornografico: Buried Treasure (1928 circa) del quale non si conosce l’autore. L’anno dopo è realizzato il primo film che utilizza la tecnica narrativa del flashfoward: The spy (1929) di Charles Vidor. Il primo western sonorizzato è invece Notte di tradimento (1929) di Raoul Walsh mentre il decennio si chiude con The Godless girl (1929) di Cecil B. de Mille, antesignana pellicola del genere WIP (Woman In Prison) sostanzioso filone di genere che diventerà celebre solo negli anni 70. È in questi anni che si può rintracciare la prima circolazione di stag movie (filmini pornografici della durata di un solo rullo) con scene gay, in cui spesso l’omosessualità è inserita in un contesto spesso etero, la cui figura omosessuale a fine pellicola era sempre castigata o vittimizzata [5]

 

 


[1] Alessandro Cappabianca. L’immagine estrema. Costa&nolan. pg. 89

[2] Alessandro Cappabianca. L’immagine estrema. Costa&nolan. pg. 89

[3] Goffredo Fofi. I grandi registi della storia del cinema. Donzelli editore. pg. 21

[4] G. Fofi. I grandi registi della storia del cinema. Donzelli Editore. pg. 23

[5] Andrea Novarin su Schermi (h)ardenti. Profondo rosso. pg. 301

  1. […] fondatore del pensiero britannico, lo scozzese John Grierson, il quale spinge a rifiutare l’approccio del regista americano Robert J. Flaherty rimproverandogli una mancanza di coscienza sociale e politica, caratteristica che invece segnerà […]

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  2. […] da ottimi lavori come Frankenstein (1931) di James Whale, Dracula (1931) e Freaks (1932) di Tod Browning, La partita pericolosa (1932) di E. B. Schoedsack, White zombie (1932) di Victor Halperin, il primo […]

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  3. […] – A song of two humans – Friedrich Wilhelm Murnau (USA – 1927 – 110′ […]

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  4. […] – Un canto di due esseri umani. – Friedrich Wilhelm Murnau (USA – 1927 – 110′ […]

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