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Cabin in the wood: quel film nel bosco.

In Nicheldome on 29 Mag 2012 at 16:25

E’ ormai più di una decade che il genere horror ha conquistato una grossa fetta del mercato cinematografico, dai soliti fantasmi di bambini asiatici ai remake del remake del solito film di Tobe Hooper. E proprio a quest’ultimo filone sembra appartenere Quella casa nel bosco diretto da Drew Goddard, il solito film di adolescenti finiti nel posto sbagliato. Invece non è così, perchè Quella casa nel bosco è una piacevole rivelazione del genere, un film che forse sarà capace di far invecchiare in un colpo solo tutto il filone post Scream (1996) diretto da Wes Craven.

Cabin in the woods (questo il titolo originale del film di Goddard) ha, infatti, un prologo spiazzante: un dialogo tra due tecnici di un’azienda della quale all’inizio del film si capisce unicamente che è seconda solo al Giappone. E allora chi sono queste persone? Di che stanno parlando? Cosa ci fanno all’inizio di un film horror?

Il film di Drew Goddard allora procede su due binari, tra il gruppo di cinque adolescenti in vacanza in una casa oscura e questo gruppo di manager e medici che finalmente si scopre essere tecnici del cinema che sviluppano un horror in diretta, proprio in quella casa e con quei ragazzi.

Che follia! È l’apoteosi dei generi in una storia che ti trascina su un’altalena che balla tra commedia e action, horror e teen movie, e generi che non si riconoscono più attraverso una sequenza di scene che passano da Mel Brooks (la scena della telefonata in vivavoce) al gore spinto di Quentin Tarantino e Peter Jackson, con ironia e violenza, divertendo e senza scontentare nessuno.

Leggendo oltre le righe del meccanismo ludico messo in atto da Goddard, si può anche rintracciare un’acuta critica al “sistema”, sia esso inteso come produzione seriale di paure e dolori in un già saturo mercato cinematografico, sia esso inteso come un più ampio sistema che pianifica paure ed orrori più “gravi”. Come non leggere, infatti, tutta la parte sui tecnici come se si stesse raccontando anche di un bunker di militari, alle manovre dell’ennesima guerra, in un palazzo che sembra diviso per livelli e scomparti di competenza, e il cui unico obiettivo e vedere la gente morire?

L’esordio alla regia di Drew Goddard è un film quasi pirandelliano, intelligente, che non si prende troppo sul serio, che sa citare mettendo in fila un discorso, senza cadere nel rischio della parodia, e che riesce a tenere assieme le matrici di Matrix e The Cube, le arie complottistiche de I tre Giorni del Condor e The Truman Show, e l’ironia più cinica di Wes Craven e George A. Romero.

Per gli amanti del genere dunque, un continuo gioco sui livelli della narrazione, per tutti invece un riuscito esercizio metacinematografico tra maccanismi e pulsioni, origine e fine del dolore: il gioco della paura.

Esordiente dietro la macchina da presa, il regista Goddard ha scritto la sceneggiatura firmandola con Joss Whedon; entrambi hanno alle spalle una lunga esperienza nei prodotti seriali televisivi di maggior successo (Lost e Buffy per dirne due) e questo ha molto arricchito la struttura del film, quasi a renderla una visionaria biografia di entrambi.

Quasi infallibile nel suo meccanismo.

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