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The dark side of the bunny: The Bunnyman & The Bunny Game

In DropOut on 22 febbraio 2012 at 01:45

La figura classica del coniglio è quella di un animale tanto ingenuo, tenero e innocuo che difficilmente si è riusciti a ribaltare come contraria, cioè furbo, violento e aggressivo, e quasi mai con successo. Questo non è mai accaduto per i film in costume, dove il coniglio appariva sempre in braccio a qualche dama o anziana vedova, come accessorio, ma è potuto succedere solo grazie ad un immaginario narrativo più contemporaneo capace di elaborarne una “visione” sicuramente più oscura, deviata, mortale.

Volendo trovare un ipotetico inizio di questo “nuovo pensiero del coniglio” si potrebbe forse incominciare con un film d’animazione, con il coniglio di Alice nel paese delle meraviglie (1951) prodotto dalla Walt Disney, dove l’animale non è più solo un innocuo e soffice simbolo di purezza, ma anche incomprensibile guida di alterazioni lisergiche, sinapsi incontrollata di un viaggio della mente, anche se ingenuità e innocenza sono ancora troppo presenti (peggio ancora con il coniglio di Bambi (1942), sempre prodotto dalla Disney). Trattandosi di un animale dunque, a voler strappare il coniglio dalla braccia delle dame di corte e renderlo vero protagonista, si capisce da subito che non si può fare a meno di ricorrere al cinema di animazione: è accaduto così allora da Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988) Di Robert Zemeckis, fino all’ultimo episodio del duo Wallace and Gromit (2009).

Altro modo di renderlo protagonista è invece stato quello di usare la sua icona, la sua maschera, rinunciando così al film di animazione, e facendola indossare a qualcuno. In questo caso, il simbolo innocente del coniglio si è potuto liberare degli echi classici che lo hanno posseduto e si è prestato più facilmente ad una versione più oscura, a volte davvero contraria a quella proposta nella versione/visione classica. Questo fenomeno sembra più legato a racconti metropolitani, all’età contemporanea stessa del racconto, e si affida al nuovo immaginario collettivo che in questa nuova versione del coniglio, oscura, che dietro la purezza sa riconoscere sempre anche il male, ormai si identifica.

Esempi sono il coniglio nero di Donnie Darko (2001) Richard Kelly, che annuncia la fine del mondo, oppure l’inquietante famiglia di Rabbits (2002) creata da David Lynch e vista poi ancora in Inland Empire (2006), o i sensi di colpa di Vincent Gallo riassunti nel titolo del suo secondo lavoro dietro la macchina da presa, The brown bunny (2003). A queste ed altre opere si deve il dark side of the bunny.

Anche recentemente il fenomeno sembra aver riacquistato interesse, soprattutto nel genere horror, con due pellicole molto diverse tra loro, ma particolarmente interessanti perché entrambe accomunate da un sapore vintage e provocatorio, a volte ai limiti del ridicolo, a volte ai limiti dell’eccesso.

Stiamo parlando di The bunnyman (2011) di Jimmy ScreamerClauz e The bunny game (2010) di Adam Rehmeier.

THE BUNNYMAN. Sembra un film fatto da un gruppo di amici (tutto appare in effetti un po’ naif), che si ispira  vagamente alla leggendaria figura del killer del Bunny Bridge, ma che ha solo nell’uso del sonoro il suo vero punto di interesse. Sembra infatti in certi momenti di assistere ad uno dei migliori thriller italiani degli anni settatanta, dove la musica o il silenzio prolungato sostituiscono dialoghi di circostanza, contribuendo così a creare momenti di angoscia in scene spesso inutili. E’ comunque la storia di un gruppo di teenagers perseguitati da un folle che uccide vestito da coniglio, non c’è molto da raccontare, se non che il film di Jimmy ScreamerClauz Inizia come la brutta copia di Duel (1971) di Steven Spielberg, prosegue come un teen movie di camminate tra gli alberi, e finisce come Non Aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper. C’è da chiedersi quanto è voluta la scelta di questo uso vintage del suono, vero punto di interesse del film, visto che anche la fotografia (a parte titoli di testa e coda in formato 8mm) non riesce a stargli dietro.

THE BUNNY GAME. Con il suo bianco e nero da reportage fotografico metropolitano, è qualcosa di davvero forte. Anche questo sembra un film fatto tra amici, dove la vittima protagonista (l’artista punk Rodlen Getisc) è anche sceneggiatrice assieme al regista Adam Rehmeier, ed il sadico camionista Hog  è intepretato da Jeff F. Renfro, che nella vita reale ha alle spalle un lunghissimo curriculum nel trasporto cinematografico. Un film fatto tra amici dunque dove una “punk cocaine addicted” che spesso si concede per procurarsi la roba, finisce nel rimorchio di un camionista che la sevizia per oltre quaranta minuti. L’uomo ne ha già fatte di cose del genere, e lo vediamo con flashbacks. Rough movie. Vero. Bastano le prime due immagini. Montato a tratti come un videoclip, il film ha nell’interpretazione dei protagonisti il suo vero punto di forza, in una complicità evidente tra i tre, regista e attori, che non si ferma di fronte a nulla. Un film strafatto davvero. “Banned in U.K.” per intenderci. L’incontro artistico tra Adam Rehmeier e Rodlen Getisc ricorda un po’ il connubio tra Richard Kern e Lydia Lunch. Altri tempi, ma ci siamo, e oltre. The Bunny Game (Jeff F. Renfo è pazzo) è quasi un concentrato sadico di una sola vittima di Henry – Pioggia di sangue (1986) di John McNaughton.

È la fine del coniglio, in questo film portato in scena con maschere sadomaso, dove la vittima indossa quella del coniglio e il carnefice quella del maiale.

Forse non è cinema, ma fa altrettanto male.

  1. […] forse l’ultima vera vittima di un filone torture che solo nelle recenti derive sperimentali di The Bunny Game (2010) di Adam Rehmeier ha continuato a percorrere la via più misogina che ha spesso […]

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  2. […] su un serial killer, specialmente se si è passati sia per Lang che per Carpenter, approdando a The Bunny Game (2010) di Adam Rehmeier, è difficile che qualcosa di nuovo possa davvero colpirti. Eppure ogni […]

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  3. […] The Bunny Game – Adam Rehmeier (U.S.A. – 2010 – 76′ – b/n) […]

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  4. […] The Bunnyman – Carl Lindbergh (U.S.A. – 2011 – 90′ col.) […]

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