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L’uomo in più, ovvero l’ultimo film di Paolo Sorrentino.

In DropOut on 16 novembre 2011 at 11:40

L’uomo in più – Paolo Sorrentino (ITALIA – 2001 – 100′ col.)

L’uomo in più di Paolo sorrentino è un film atipico nell’intera filmografia del regista, ed anche se è stato il primo, per adesso può sempre essere anche l’ultimo. Questo non per dire che i lavori che hanno seguito L’uomo in più non siano all’altezza, anzi, ma per mettere in evidenza la poetica del regista e la sua tecnica, tutta già compressa nel suo lungometraggio d’esordio.

La figura dell’uomo e il tema della sconfitta: L’uomo in più è la storia di un calciatore che vuole diventare allenatore e che si perde in questo suo sogno (storia ispirata alla figura di Agostino Di Bartolomei) e quella di un cantante che il sogno lo vive ma che è altrettanto capace di perdersi dentro questo (personaggio ispirato a Franco Califano soprattutto). È la storia dunque di due uomini che in comune hanno lo stesso nome e cognome e che in comune hanno anche un sogno che si frantuma, si dissolve, scompare o mai arriva/torna: un torneo di calcetto per il primo, un concerto di paese per il secondo. Proprio il tema della rincorsa di un sogno e della sua delusione è una delle principali tematiche del regista, tanto che poi vedremo Titta Di Girolamo (Toni Servillo ancora) e Geremia de’ Geremei innamorarsi e perdere questo amore (a causa del destino o per un tradimento/vendetta), e il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti perdere per due volte la carica a Presidente della Repubblica (ancora Toni Servillo, sempre più divo). Personaggi bordeline o in ascesa, che cadono come veri losers, facendosi male.

La figura della donna: tutti i film girati fino ad ora da Sorrentino hanno un uomo come protagonista (ne L’uomo in più ovviamente sono due) mentre la donna è spesso vista alla ricerca di qualcos’altro rispetto all’uomo. Mentre il maschio è concentrato nella soddisfazione del proprio obiettivo, la donna (specialmente ne L’uomo in più) è sia più concreta e determinata (la moglie del calciatore lo abbandona, forse perché ha un altro uomo forse perché non crede più nel marito) sia più istintiva (l’avvocato con il quale il calciatore fa sesso durante una festa) oltre che più pericolosa (è la causa della condanna di Titta e del raggiro di Geremia), una figura che non è mai positiva se non al massimo una silenziosa compagna, come la moglie de il divo. Anche la figura della madre è un altro topos che spesso ritornerà come ostacolo da superare e che ne L’uomo in più (interpretata meravigliosamente da Angela Goodwin) condanna il figlio al fallimento.

L’approccio onirico: proprio con L’uomo in più il regista napoletano porta in scena frammenti onirici, stralci di sogni che inquietano i protagonisti e che se in questo lavoro sono più legati alla struttura narrativa, in altri lavori sembrano utilizzati in maniera più simbolica e spesso non diegetica. Il cantante Pisapia infatti è ossessionato da un senso di colpa, la morte del fratello avvenuta in una caccia subacquea (e che la madre gli fa pesare) totalmente differente come uso del sogno che inframezza invece il percorso dello strozzino de L’amico di famiglia, con pallavoliste spiate o suore sotto la sabbia. Si tratta comunque di momenti sempre forti e spiazzanti per il loro impianto visivo.

L’impianto visivo: è forse l’elemento più forte ed evidente del cinema di questo regista. È innegabile infatti, già dal suo lungometraggio d’esodio (che ha appena compiuto 10 anni) che Paolo Sorrentino abbia una capacità visiva superiore alla media dei registi italiani della sua generazione: la macchina da presa si muove sempre ma spesso su binari o dolly, rinuncia volentieri alla camera a mano alla ricerca di un fotogramma che abbia nell’estetica soprattutto il suo primo punto di forza, nella composizione del quadro finale prima ancora di quello di partenza, e che spinge l’equilibrio del fotogramma fino allo stordimento, ricordando il primo Giuseppe Tornatore tra gli italiani, ma sicuramente Martin Scorsese tra gli (italo)americani. Tutti gli elementi linguistici che segnano i suoi lavori con una firma indelebile sono presenti ne L’uomo in più e più in avanti obbligheranno il regista a cercare sempre qualcosa di nuovo e spiazzante come la sequenza in cui Titta usa l’eroina o l’abuso del rallenty (in ultimo proprio il suo cortometraggio La partita lenta). Ma è il carrello il suo strumento preferito, che porta il pubblico a prendere sempre più confidenza con i protagonisti, che lo spinge ad avvicinarsi a loro, a girargli intorno. L’uso del dettaglio infine (si può ben vedere sin dalla prima sequenza quando “il molosso” si sfila l’orologio dal polso e lo poggia sul tavolino) sarà una vera esasperazione per il regista.

La musica: fondamentale in questo film (Tony è un cantante) sarà spesso un elemento decisivo e spiazzante al pari dei movimenti della macchina da presa. A tal proposito come non vedere similitudini tra il ballo della ragazza durante la festa e quello sul palco di Rosalba (Laura Chiatti) ne L’amico di famiglia?

Il tempo: lo sguardo di Sorrentino è spesso rivolto al tempo trascorso, al passato, perché tutti i suoi personaggi ne hanno sempre uno molto ingombrante, ed è proprio con questo film, ambientato proprio all’inizio degli anni ’80, che questa propensione al passato emerge come un altro dei comuni luoghi che rafforza il percorso di quello che in questo momento è uno dei maggiori registi del nostro paese.

Che ne L’uomo in più ci sia tutto di Paolo Sorrentino è evidente dunque, ed anche nel suo primo romanzo (lui che nasce soprattutto come sceneggiatore ed autore) Hanno tutti ragione, dove il personaggio del cantante Tony Pisapia diventa in questo romanzo Tony Pagoda, a cui il regista cambia solo il nome conservandone le principali caratteristiche.

L’unica vera differenza dunque tra L’uomo in più e gli altri lavori di Sorrentino (anche se poi potrebbe non esserci visto che entrambi i protagonisti hanno lo stesso nome e cognome) sta nel fatto che tutti i film che il regista ha scritto e diretto dopo questo, sono concentrati su un unico personaggio, hanno cioè cercato di liberare il parallelismo dei due Antonio Pisapia per diluire le stese tematiche in diversi film, ma in un unico character. È vero che Antonio Pisapia altro non è che la stessa faccia di un’unica medaglia (il fallimento di due persone che hanno lo stesso nome e cognome e che hanno lo stesso destino) e che quindi in qualche modo lo sviluppo del personaggio in fondo si concentra solo su un unico binario narrativo, ma ne L’uomo in più esiste l’evidente strumento del parallelo è l’unica cosa che Paolo Sorrentino abbandonerà dopo questo lavoro. In qualche modo si potrebbe cercare nelle didascalie iniziali de L’uomo in più questa decisione perché se “il pareggio non esiste” come dice una frase di Pelè in apertura del film, è allora importante che non ci siano due contendenti/protagonisti perché si possa rischiare un pareggio anche a livello narrativo (cosa che avviene nel film, poiché entrambi finiscono male). Eliminando proprio l’uomo in più dai suoi successivi lavori, Sorrentino con coerenza ha costruito un personalissimo percorso che lo ha portato ad ottenere un riconoscimento mondiale, raggiunto ora proprio con This must be the place, dove ha abbandonato Toni Servillo per Sean Penn.

  1. […] giorni non si fa altro che parlare, nel bene e nel male, del film La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino, troviamo gusto allora accennare brevemente invece a This must be the place (2011) il film […]

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  2. Ci si potrebbe scrivere un saggio sulla dimensione della donna nel cinema di sorrentino, come figura assolutamente enigmatica, a tratti acerba, ma sempre ad un punto di arrivo e causa della caducità dell’uomo a cui come satellite (quindi pietra di relatività) gira intorno.
    La donna è madre (quindi non solo nascita, ma anche e soprattutto morte, verità inconfutabile che ci rende animali intelligenti e ci stimola a capire) e l’Osservatrice che assoggetta, quindi l’Occhio esterno, immobile.
    Di recente pensavo che tutti i protagonisti di sorrentino sono dei “pinocchio” contemporanei, che per realizzarsi/emanciparsi/crescere devono mentire, mentono, ma soprattutto a se stessi. Il climax viene raggiunto quasi sempre con lo specchio che gli viene offerto, guardacaso sempre da una donna (che sia madre, moglie, amante o amica) Perché anche la parabola di Pinocchio? Perché pinocchio è di legno, come tutti i personaggi tonti dei film di sorrentino, ed è un racconto di emancipazione, visto che sostituisce e rigenera la figura di Cristo: sostituisce in quanto figlio di un miracolo nato da solo padre (guardacaso fabbro) e rigenera perché supera il sacrificio e nutre l’immaginario letterario di una morale laica, perché nella trasformazione di pinocchio, da uomo di legno in uomo di carne, è stato amputato il ruolo della madre-chiesa. E benché la chiesa nella sua storia, abbia divvelto la donna di una qualsiasi funzione intellettuale all’interno della ricerca e delle professioni, tant’e’ vero che fino al novecento (ottocento per i paesi anglosassoni) le libere professioni e l’accesso all’università era vietato a qualsiasi donna, di qualsiasi ceto sociale fosse, la sua morale, quella cristiana, è stata trasmessa attraverso la madre. Il giusto Collodi, nessuno lo vuole dire, almeno in Italia, fa fare al suo eroe profetico un percorso di formazione completamente privo di questo ruolo, perché troppo diffangato dalla nostra storia recente.
    che c’entra Sorrentino in tutto cio’? (si chiese il buon Mario)
    c’entra per il ruolo che sorrentino le attribuisce, indispensabile per il percorso che DEVONO fare.

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