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The life and death of serbian cinema: The life and death of a porno gang – A serbian film.

In DropOut on 1 novembre 2011 at 14:34

La cinematografia dell’Est Europa è in questi ultimi anni quella con maggiore ispirazione e coraggio, perché spinta senza regole da una viscerale necessità di trovare una propria strada, con variabili misure e distanze da quello che è stato il recente passato, sia storico che cinematografico. Per questi motivi questo tipo di cinematografia sfugge ancora (per fortuna) al processo di omologazione che ha appiattito la maggior parte delle cinematografie occidentali e non è un caso, infatti, che di fronte al coraggio mostrato per la scelta dei temi e della rappresentazione visiva (sesso e macchina a mano su tutto) il pubblico seduto abituato ad una visione occidentalizzata ne sia spesso stato travolto, spinto ad abbandonare la sala o a voltare la testa dall’altra parte.  La cinematografia serba sembra però, tra tutte quelle che sono rinate dopo la caduta del muro (compreso il boom rumeno) quella che più di tutte ha pigiato il piede sull’acceleratore.

L’anno decisivo è stato il 2009, quello in cui la macchina cinematografica serba ha spinto al massimo caratterizzandola come la cinematografia più violenta e discutibile, con due pellicole molto simili tra loro per tema ma mosse da diverse intenzioni: A serbian film di Srđan Spasojević e The life and death of a porno gang di Mladen Djordjevic. Entrambe le pellicole hanno scelto la pornografia come macro ambiente all’interno del quale parlare del proprio paese e del più recente passato, fatto di una guerra senza confini e caratterizzato da atrocità che il resto d’Europa aveva cercato di dimenticare, ferita a morte dopo il secondo conflitto mondiale. Di A serbian film ne abbiamo discusso in un precedente articolo, mettendo in luce anche il rapporto con la pornografia su internet, paragonandola anche alle cruente immagini belliche che circolano nella rete (trovando nel regista Brian De Palma l’unico rappresentante occidentale di questo percorso). In questo articolo quindi ci dedicheremo al più complesso e riuscito The life and death of a porno gang.

Il plot ha un incipit comune a molti esordi dietro la macchina da presa: un regista vuole girare il suo primo lungometraggio e racconta di se stesso in questo tentativo (dal thriller spagnolo Tesis (1996) di Alejandro Amenàbar alla commedia italiana Fuori di me (1999) di Gianni Zanasi, sono davvero tanti gli esempi di film che usano questo espediente narrativo) ma quello che accade a Marko, capobanda di questo circo ambulante, non capita a tutti: dopo aver fatto esperienza nel settore porno, il giovane diplomato in cinematografia, ossessionato dal fare qualcosa di artistico ed intellettualmente provocante, si accorge che una rappresentazione teatrale pornografica possa essere davvero qualcosa di nuovo sulla scena artistica serba. A questa idea si lega un gruppo, un variopinto collettivo, che lo seguirà in giro per la campagna serba mettendo in scena un folle spettacolo pornografico, spesso rifiutato dal pubblico, spesso ostacolato, ma che Franz, un giornalista tedesco, trova interessante e remunerativo. Sarà proprio Franz ad offrire al gruppo una possibilità per far soldi: realizzare snuff movie da vendere clandestinamente, fino a raggiungere una vera rappresentazione teatrale con morte in diretta.

Il tema dello snuff è coerente con il discorso fatto su A serbian film, ma qui non è un serbo a fare la proposta, ma un giornalista tedesco che ha lavorato come corrispondente durante tutto il conflitto balcanico, e che ha racimolato così tante esecuzioni e violenze, da averne compreso il valore economico e sfruttando il mercato di queste violenze (internet?). con questa variante rispetto al film di Spasojević è come se il giovane regista Djordjevic abbia voluto liberare la Serbia da questo senso di colpa, e abbia deciso in qualche modo di tirare in mezzo proprio quell’occidente che nella guerra dei Balcani si è ritrovato più a fare il ricco osservatore che il “pacifico” protagonista. Controcanto di questa scelta è però anche la volontaria partecipazione delle vittime, spinte dalla necessità di recuperare danaro per la propria sopravvivenza e disposte a farsi ammazzare per questa (emblematica la scena della famiglia di contadini che sta per giustiziare il padre con una forma pane in testa). Mladen Djordjevic non esclude nulla dunque, perché se Spasojevic distingueva bene carnefici e vittime, Djordjevic non può fare a meno di mettere in scena una terra così affamata da scegliere spesso il suicidio (prima con il pazzo lesionista, poi con il militare in cerca di redenzione e alla fine con l’affamata famiglia di contadini) in mancanza di qualsiasi altra soluzione.

Il gruppo di “attori” che compone questa folle e colorita banda è davvero unico nel genere, e debitore dell’immaginario creato da John Waters a partire dal suo Pink Flamingos (1972), esibito come omaggio nella camera da letto di Marko: due omosessuali malati di Aids, un trans, un’attrice fallita, un videomaker, una coppia di tossicodipendenti, una attrice porno, ed un attore porno che vorrebbe smettere, tutti su un colorato pulmino hippy (c’è anche una scena in cui tutti assumono funghi) che scorrazza per la campagna serba convinto che quel che propone sia arte, spinto dall’istinto di voler fare dell’arte provocatoria, ma che incompreso viene rifiutato, respinto, ostacolato, battuto e violentato. In questo rapporto con il “pubblico” degli spettacoli, il regista non risparmia il popolo/pubblico serbo e la sua “naturale” propensione alla violenza, con una scena che ricorda Un tranquillo weekend di paura (1972) di John Boorman, dove nel mezzo della natura sono tutti stuprati da un gruppo di vecchi sostenitori della morale e della famiglia, e che si abbandonano all’istinto più basso del sesso come violenza e stupro collettivo. Come infatti recita già il titolo del film, The life and the death of a porno gang è un oscillare continuo tra eros e thanatos, amore e morte, dove la morte (obbligo narrativo in questo ancestrale rapporto) riesce a sopraffare l’amore: il suicidio del ragazzo omosessuale, la relazione tra il trans e il malato di Aids, Marko e Una nella decisione finale.

Il secondo aspetto più interessante è l’uso (ossessione) per il mezzo di ripresa. Sia A serbian film che il lavoro di Mladen Djordjevic mettono in primo piano le videocamere digitali e l’onnivora necessità di riprendere tutto, senza regole (nel film di Spasojevic le regole non esistevano per l’attore, qui non esistono per come questa viene utilizzata) con un insieme di linguaggi che distrugge l’unicità del mezzo e riconsegna alla storia ed al soggetto la sua importanza. Camera a mano esasperata, zoom, cinema nel cinema (quando Marko propone il suo teaser a Cane, regista porno con un fratello nella polizia) uso del gain per le riprese notturne, tutto al servizio di quello che a tratti sembra un documentario e che invece si risolve in un delirante incubo artistico (il film termina con una sbilenca inquadratura fissa), come se Djordjevic alla fine abbia scelto di dare un taglio a questo folle viaggio tra la terra e la cinematografia serba.

C’è davvero tutto in questo The life and the death of a porno gang, comprese folli scelte seminali alla Takashi Miike (la scena in cui uno degli attori fa sesso con la terra) che non rinuncia a nulla, e che mostra tutto, perché tutto è già stato mostrato: è questa infatti la tesi di fondo sulla quale basa questo filone cinematografico inaugurato da Spasojević e Djordjevic, dove l’occhio si è ormai assuefatto alle immagini delle violenze militari durante il conflitto, qualcosa che l’Occidente ha rimosso o a cercato di non vedere. Non si tratta allora solo del gusto di provocare, ma di raccontare l’anima di un paese completamente brutalizzata (come quella artistica del protagonista Marko) e che ha una sola via di fuga, l’amore e la morte.

Buona visione.

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