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1910 – 1919 // ITALIA

In Il Tempo Ritrovato on 17 settembre 2011 at 18:19

      In apertura del decennio si tiene a Milano il Primo Concorso Mondiale di Cinematografia. Tre sono in questi primi anni le principali case di produzione nazionali: la Cines fondata il decennio precedente da Filoteo Alberini (inventore nel 1910 di un cinematografo tascabile) e Santoni, la Ambrosio di Torino e la Itala Film di Sciamengo e Giovanni Pastrone. La maggior parte dei film da queste realizzati sono caratterizzati da un evidente valore borghese in cui patria, famiglia e lavoro sono simboli portanti della morale nazionale. Quasi tutte le più grosse produzioni riprendono vecchi miti della Roma Imperiale o dei classici della letteratura medievale: si producono importanti lavori come La caduta di Troia (1910) di Giovanni Pastrone e Quo Vadis? (1912) di Enrico Guazzoni, film di oltre 3000 metri per il quale, per la prima volta in questo Paese, la casa di produzione Cines paga i diritti d’autore. Nel 1911, anno in cui l’Italia dichiara guerra alla Turchia, alla presentazione del film L’inferno (1911) di Giuseppe De Liguoro (primo lungometraggio della storia del cinema) il poeta e giornalista Ricciotto Canudo presenta anche il Manifesto delle sette arti, dove rivendica il luogo del cinema nel panorama artistico, ma soprattutto dà via al concetto di avanguardia, a metà del decennio tema centrale della maggior parte delle opere cinematografiche più interessanti di questo paese. Filoteo Alberini, nello stesso anno sviluppa un procedimento stereoscopico a 70 mm, antesignano del Cinemascope, utilizzato per la prima volta qualche anno più tardi ne Il sacco di Roma (1914) da lui stesso diretto. Il film Le nozze d’oro (1912) di Luigi Maggi è la prima pellicola italiana intermante girata sul concetto di flashback, quando cioè il presente è spiegato man mano dal passato. Il primo film sul tema delle crociate invece, tratto ovviamente dagli scritti di Torquato Tasso, è La Gerusalemme liberata (1913) ancora di Enrico Guazzoni, mentre per il film Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone, bisogna spendere due parole di più. Opera ispirata agli spiriti nazionalisti di Gabriele D’Annunzio, come la maggior parte delle pellicole che anticipano e cavalcano la Prima Guerra Mondiale, Cabiria è tra i primi colossal riconosciuti al mondo, tanto da ispirare anche il regista americano David W. Griffith, con anche la partecipazione come direzione della fotografia del regista portoghese Segundo de Chomòn. È un periodo fiorente per la cinematografia italiana: il Paese si ritrova tra le principali cinematografie mondiali a produrre colossal anche nella durata (più di tremila metri di pellicola) oltre che nei valori produttivi [1]. Grazie a queste primi grossi lavori infatti, è l’intero cinema mondiale ad ottenere un contributo sostanzioso da questa cinematografia, perché è in Italia che si approfondisce la profondità di campo e si dà all’attore non solo la macchina da presa come riferimento spaziale, ma il campo stesso nel quale l’azione si svolge. A questo paese si deve anche la creazione del fenomeno del divismo, sistema di promozione del film attraverso l’icona di figure principali come la vamp (donna) e il macho (uomo), modelli onirici per l’uomo e la donna borghesi. Questa invasione del personaggio dallo schermo alla quotidianità stessa dell’attore, tanto da elevarlo a valore onirico, solleverà il l’arte cinematografica rendendola ormai irraggiungibile come un cielo costellato di stelle. Il meccanismo italiano del divismo sarà poi meglio elaborato soprattutto negli Stati Uniti (star system) che useranno il fenomeno del divismo per caratterizzare personaggi, attori e pellicole, ai quali gli americani sapranno ben aggiungere man mano orpelli e sfumature che permetteranno un costante rilancio/riciclo del medesimo modello. La prima diva italiana è molto probabilmente l’attrice Lydia Borelli, interprete del melodramma Ma l’amor mio non muore! (1913) di Mario Camerini. Nello stesso anno di uscita del film di Camerini, il 25 giugno 1913, viene anche istituita la prima Censura di Stato, contro quelle pellicole giudicate offensive della moralità, del buon costume e della pubblica decenza, o contrarie al decoro nazionale ed all’ordine pubblico. Il più longevo esempio in Italia di divismo (maschile) è quello di Maciste, interpretato da Bartolomeo Pagano, scaricatore di porto rivelatosi nel film Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone, “attore” che interpreterà questo personaggio storico-mitologico fino al 1926. Tra le donne invece, sono celebri oltre a Lyda Borelli, anche Pina Menichelli interprete del film Fuoco (1915) di Giovanni Pastrone (il film più carico di erotismo del cinema italiano [2]e Francesca Bertini, a loro volta espressioni di un esasperato bisogno del gesto e del segno, in una recitazione legata ancora alla narrazione teatrale. È questo il periodo storico in cui si affacciano le prime pellicole proto-realistiche dal budget più contenuto: Sperduti nel buio (1914) di Nino Martoglio e Assunta Spina (1915) di Gustavo Serena. Il primo è considerato ormai più un mito poiché l’unica copia è andata distrutta dai nazisti molti anni più tardi. Il cinema italiano quindi, tra successi e difficoltà, riesce a costruirsi una strada personale che però l’esplosione del conflitto mondiale demolisce in un sol colpo letale. Il paese nel 1915 dichiara guerra a Germania ed Austria, sicuro di approfittare della particolare situazione di crisi in Europa per conquistare la Dalmazia e l’Albania. Tra il 1912 e il 1916 il cinema muto italiano, che aveva guadagnato un largo riscontro e successo a livello mondiale, raggiungendo anche una vetta di 500 produzioni della durata di circa un’ora, incomincia a mostrare un limite, soffocato anche da un mercato che gli si ritorce contro, tanto che degli Stati Uniti viene istituito una specie di blocco all’importazione di film italiani. A causa anche della difficile situazione storico/politica, complicata dal conflitto mondiale, il mercato cinematografico chiude i battenti e gli investimenti per i colossal non portano più i frutti programmati. Prendono il posto allora le avanguardie storiche, che si avvicinano al linguaggio cinematografico attirate dall’immagine in movimento e dalle sue possibilità scenografiche, novità del progresso che portano il poeta F. M. Martinetti a pubblicare il Manifesto della cinematografia futurista l’11 settembre 1916. Vita futurista (1916) è il primo esempio italiano di film collettivo, realizzato tra gli altri dallo stesso Marinetti, il pittore Giacomo Balla, e i cineasti Arnaldo Ginna e Bruno Corra. Nello stesso anno esce nelle sale il film Perfido inganno (1916) di Anton Giulio Bragaglia, il migliore di tre lavori futuristi prodotti dalla Novissima Film, dallo stesso Bragaglia fondata. In sé però, il cinema ha già elaborato tutta la teoria dello spazio e del movimento cui i futuristi cercano di fare riferimento, e per questa sua caratteristica intrinseca del cinema, che limita l’arte futurista nel suo intervento, non si creerà mai un vero e proprio filone del cinema futurista. Nello stesso anno in cui esce Perfido inganno, escono nelle sale anche Il re, le torri, gli alfieri (1916) di Lucio d’Ambra (Renato Manganella) e Cenere di Febo Mari, con l’unica partecipazione cinematografica della primadonna del teatro italiano, Eleonora Duse. Nel 1919 il barone Fassini, capo della Cines, organizza con gli altri produttori la Unione Cinematografica Italiana, per contrastare le importazioni americane e rispondere al blocco di film italiani che gli americani avevano imposto sul loro territorio.


[1] Paolo Manera su I corti, a cura di Emanuele Bevilacqua. Einaudi
[2] Alessandro Bertolotti. Guida al cinema erotico e porno. Casa editrice Odoya. pg. 17

 

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  1. […] ancora di Pastrone, ai quali film Griffith si è ispirato senza dubbio: tutto Griffith è già in Italia negli anni ’10, come egli stesso ammetterà [ix]. Non v’è dubbio che il regista americano però fosse già in […]

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  2. mitico Giovanni Pastrone

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