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13: da Tzameti a Thirteen, la svendita di un’intuizione cinematografica.

In DropOut on 27 agosto 2011 at 13:15

L’intuizione dovrebbe essere un’elaborazione nuova che viene raggiunta da conoscenze che già sono acquisite e che vengono messe in relazione in modo diverso e originale dal cervello. L’intuizione è spesso simboleggiata con una lampadina.

Il giovane Sebastien ruba una busta in una casa di campagna dove lavora, una lettera della quale non sa il contenuto, ma che ha capito che altri pagherebbero per avere. Vi trova un biglietto di viaggio e senza sapere dove questo lo conduca, si è già perso. È un biglietto per l’inferno, per una stanza di pochi metri e dalle spoglie pareti, dove un gruppo di sconosciuti, armati di rivoltella caricata con una sola pallottola, giocano alla una roulette russa tutti in circolo, puntando l’arma ognuno alla nuca di chi gli sta davanti. A scandire le varie tornate, dove man mano qualcuno ci resta secco, un folle che urla da un’alta sedia. A scandire il momento in cui tutti devono premere il grilletto, è una lampadina che si accende. Tutto intorno, gente che scommette sul proprio uomo.

13-Tzameti (2005) del georgiano Géla Babluani è stata un’intuizione cinematografica proprio nel senso in cui si è spiegato cosa l’intuizione è. Una lampadina che si accende e che fa premere il grilletto in un circolo di suicidi pronti a morire in cambio di una lauta ricompensa. Gente che per guadagnare deve scannarsi insomma, e gente che paga e guadagna nel vederlo fare. È questa la lettura davvero sintetica che il film di Babluani propose, di una società di sfruttati e sfruttatori, e urlatori che surriscaldano l’ambiente che presto saprà del sangue delle vittime. Quando il film uscì in sala, fu come assistere ad un film dell’orrore, sebbene si continuò a definirlo per molto tempo un noir.

Con il film d’esordio del giovane regista di origini georgiane si superò la sconvolgente coppia Robert De Niro/Christopher Walken in Vietnam, a giocarsi la testa su una brutta e sporca guerra che era un’altra roulette russa tra vittime e carnefici, perché anche se troppo evidente proprio nella rivoltella il fil rouge  con il film di Michael Cimino, alla colorata vegetazione vietnamita Géla Babluani contrappose un freddo ambiente in bianco e nero dove i giocatori sono ormai muti e grigi numeri. Il tredici, quello che dovrebbe portare fortuna. Ed allora forse quel filo rosso che lega 13-Tzameti con Il cacciatore, oltre che di una rivoltella caricata con una sola pallottola, è fatto anche di due gruppi all’apparenza diversi tra loto, quello silenzioso dei giocatori/condannati e quello che canta God bless America alla fine del film di Cimino, entrambi un coro di disperati che non ha via d’uscita.

13-Tzameti dunque non è stata solo una bella intuizione perché si trattava di un film indipendente di un cineasta esordiente che aveva praticamente fatto tutto in casa (oltre al protagonista Geroge Babluani, fratello del regista, comparivano nel resto del film anche padre, madre e qualche altro parente) ma un lavoro di scrittura e regia davvero pesato e misurato, e questo sicuramente perché Géla è anche figlio del più conosciuto regista Temur Babluani (che nel 1993 aveva anche vinto l’Orso d’argento a Berlino con Le Soleil des veilleurs) e qualcosa doveva averla imparata già da piccolo. Il film infatti inizia come un film di Hitchcock (un set-up davvero spiazzante) con un’aria quieta e minacciosa alla Chabrol (la campagna francese) trascina il pubblico con un corpo visivo davvero solido (attraverso il quale riesce a mostrarci l’anima di tutti i partecipanti) e spinge questo horror/noir verso la fantascienza, grazie alla scelta del bianco e nero (fotografia di Turiel Meliava) che non fu solo un modo per uscire da sistema del cinema pop di massa, ma fu anche la giusta visione per il racconto di una  società che può davvero mettere in piedi un gioco così sbrigativo sul senso della vita. Qualcuno lo associò, soprattutto per la scelta del bianco e nero, al film  L’odio (1993), secondo lungometraggio di Mathieu Kassovtz, ma a parte la scelta del colore della pellicola, e il sapore underground, forse quel che davvero li accomunò fu proprio l’ultima immagine del film di Kassovitz, dove poliziotto e ribelle si puntano la pistola uno contro l’altro, una specie di prologo al film di Babluani, dove non è nemmeno più un discorso né di razze né di autorità, è una stanza dove tutti stanno insieme per spararsi.

Un film apocalittico sotto questo punto di vista, che ha portato sullo schermo e davanti ai nostri occhi un folle gioco dove lo spettatore è sempre più partecipe, fino all’intuizione coscienziosa che fa comprendere di come tutti siano al tempo stesso vittime e carnefici, nel proprio lavoro, nel mercato globale, ed in una società che vive mossa solo dal flusso di danaro (le puntate di quelli che assistono al gioco).

Attraverso la figura di Sebastien, Géla portò il pubblico a compiere un viaggio sempre più oscuro, buio come l’anima di chi ha scelto di impugnare quelle armi, sapendo di puntarla in fondo anche contro se stesso. Un concentrato  di incubi e paure che anche fotograficamente passavano man mano dal chiaro dell’inizio al più scuro della fine, con un incedere del montaggio e una selezione del fotogramma tale da costruire mantenere un livello di suspense così elevato da fare invidia al genere.

Per tutte queste cose, 13-Tzameti è stata una vera e propria intuizione cinematografica, tanto che a distanza di cinque anni l’onnivora Hollywood ne ha sfornato il remake 13-Thirteen (2010) diretto dallo stesso Babluani (che nel frattempo aveva firmato altri due lavori come  L’héritage nel 2006 e Money Is Money, Baby! Nel 2009), con cast di maggior peso e soprattutto, girato a colori. Siamo chiaramente di fronte ad una svendita: il plot è praticamente identico se non fosse che è stato sviluppato di più il personaggio del numero 6 e del fratello (che appaiono all’inizio in montaggio parallelo con il protagonista) così come quella del cowboy Mickey Rourke (nella versione americana). Sinceramente, a parte una necessità di botteghino (13-Tzameti non faceva cassa a nessuna major americana) davvero non se ne era sentita mai la necessità di questo remake, e ancora rimane inspiegabile la scelta di vendersi un’intuizione così forte, se non per quella stessa gloria che spinse anche Mathieu Kassovitz a realizzare paccottiglie per il pubblico di massa. Il montaggio di 13 infatti è molto debole rispetto all’originale, la fotografia a colori allevia quel senso apocalittico che aleggiava nella versione del 2005, Ray Liotta purtroppo non ha il carattere del maestro di cerimonie inventato da Pascal Bongard, e soprattutto toglie a quella lampadina la sua spietata originalità, aggiungendo su questa un ragno, che è solo urlo sul nulla di nuovo. Se non fosse per la partecipazione di Ben Gazzara, sarebbe davvero da dimenticare. Nessuna intuizione quindi, nel senso dunque di come l’abbiamo chiarita all’inizio, nessuna associazione nuova di conoscenze acquisite, nessuna sorpresa. Questo è accaduto perché la copia (remake) di un’intuizione (come da anni Hollywood fa già sulla maggior parte del cinema asiatico in particolare) è troppo spesso un’offesa all’originale.

13-Tzameti ottenne comunque diversi riconoscimenti come il Luigi De Laurentiis Award e Netpac Award Premio Miglior Opera Prima alla Mostra del Cinema di Venezia dove fu presentato, ed altri riconoscimenti come il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2006, il al Festival di Venezia 2006, il Prix Fassbinder a Géla Babluani agli European Film Awards nel 2006 e la Nomination al Premio César nel 2007 per la migliore promessa maschile (a George) e la migliore opera prima (a Géla), non credo che con il remake Babluani riuscirà a confermarli.

Buona visione.

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