LivingCinema

Il corridoio della paura: i fantasmi dell’America.

In DropOut on 19 agosto 2011 at 12:58

Il corridoio della paura. Samuel Fuller. (U.S.A. – 1963 – 101′ – b/n tit.or.: Shock corridor)

con: Peter Breck, Costance Towers, Gene Evans, James Best, Paul Dubov 

USA. Il giornalista Johnny Barrett è ossessionato dal ricevere il Premio Pulitzer e per farlo decide di farsi internare in un manicomio dove, alla presenza di tre pazienti, è stato commesso un omicidio del quale non è mai stato accusato nessuno. Per entrare nel manicomio Johnny, sostenuto dalla sua compagna Cathy e dal direttore del suo giornale, si presenta come malato: è ossessionato dal rapporto incestuoso con la sorella (in realtà sua compagna, Cathy). Una volta dentro incomincia per il giornalista un lungo braccio di ferro psicologico con gli altri pazienti (Pagliaccio, l’uomo di colore iscritto al Ku Klux Klan, il gruppo delle ninfomani, l’ex combattente in Corea, lo scienziato) che lo vedrà cedere proprio una volta che avrà scoperto il colpevole.

Scritto, prodotto e diretto da Samuel Fuller, Shock Corridor (tit. or.) è un interessante film sulla follia, definito spesso come un noir, ma che in realtà è più un thriller scuro dalle ancora vibranti tensioni narrative e metaforiche. Per uscire dal genere e capire meglio il sottotesto del film, che ha alla base un plot abbastanza lineare e riconoscibile come quello della ricerca del colpevole attraverso tre testimoni oculari “non attendibili”, bisogna far emergere proprio i tre simboli che questi testimoni rappresentano: uno è un ex combattente della guerra in Corea, uno è un razzista sostenitore del Ku Klux Klan (con il paradosso che è un nero) ed il terzo è uno scienziato che ha avuto a che fare con l’atomica. Ciò che infatti Fuller mette in scena è la follia di un passato, che attraverso i tre casi citati rimandano ad una riflessione sulle responsabilità storiche dell’America. Ma non sono loro comunque i colpevoli dell’omicidio avvenuto nel manicomio, e quindi, per Fuller, oltre alle ombre del passato è in discussione anche il presente nel quale tutti e tre i pazienti si trovano (il manicomio), e la verità emerge con la figura dell’infermiere assassino, in pratica l’Istituzione stessa. La malattia e la cura, si incontrano quindi nella testa di Johnny, creando un sottile cortocircuito che lo porterà alla follia. Non c’è quindi una vera e propria spiegazione al perché un paese come gli Stati Uniti abbia sviluppato questi fantasmi, se non la follia stessa dell’ambizione del Paese.

Anche Johnny, che alla fine deve soccombere alla struttura mentale che si è ricostruita all’interno del manicomio, ha una vera debolezza in partenza: è ossessionato dal raggiungere il Premio Pulitzer (la verità) ed in questa sua ossessione egli mostra il suo lato debole, tanto è che per raggiungere la verità dovrà accettare anche che Cathy diventi (nella sua mente) davvero sua sorella, respingendola, rinunciando a lei in nome della verità. Questa ossessione è anche uno dei temi principali della filmografia di Fuller (assieme alla figura del giornalista) ed è meglio descrivibile come “ambizione”, il vero veicolo che conduce alla follia (l’ambizione anche che i tre testimoni oculari rappresentano degli Stati Uniti, l’atomica, la pulizia etnica e la guerra). E questa verità è qualcosa che si raggiunge solo abbandonando la lucidità.

Sebbene Corridoio della paura sia un film ingenuo nella scelta dei caratteri secondari che vivono il manicomio, per il vero non del tutto condivisibili (soprattutto quello delle ninfomani, considerate ancora come persone isteriche e violente e che sembrano quasi proto-zombi, prima ancora che cali La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero), alcuni di questi (quelli principali) sono mostrati da Fuller con alcune interessanti sfumature: il più intrigante è sicuramente l’agitatore di colore, che racchiude due forme di protesta nello stesso personaggio, sia quella black di rivendicazione che quella razzista white, mentre la figura ingombrante di Pagliacci diventerà un topos, l’uomo forte e di taglia superiore che ha un lato infantile in contrasto con la sua mole; figura che ritroveremo spesso al cinema, nella sua migliore proposta con il Grande Capo (interpretato da Will Sampson) in Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman, con la variante del personaggio silenzioso.

Tornando alla scena in cui Johnny viene aggredito dalle ninfomani, in qualcosa il film di Fuller anticipa l’horror moderno, perché esalta l’aspetto più quotidiano attraverso la famigliarità della maggior parte degli ambienti: non è un film gotico come Bedlam – Manicomio (1946) di Mark Robson, per intenderci. A questo passaggio dal gotico al moderno contribuiscono anche le atmosfere noir di Raymond Chandler (Marlowe ne Il lungo addio viene internato e drogato in un centro di disintossicazione, per risolvere un caso) tanto è che ci troviamo sempre in ambienti chiusi e claustrofobici, bui, dove il corridoio (la scena della pioggia è eccezionale) è emblema di un lungo percorso nella mente del protagonista.

PS: in alcune copie le scene oniriche sono a colori [i].


[i] Il Morandini. Dizionario dei Film 2004. Zanichelli.

Cinema Estremo

Sex Horror Violence Weird Drama | Recensioni Film e Serie TV

Luciano Lapadula

Siamo Ciò Che Vestiamo | We Are What We Wear

ILPAESE DEI SOGNI

DOVE SE NON QUI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: